Cerca prima di capire, poi di essere capito (empatia)

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Stephen Covey: “cerca prima di capire, poi di essere capito”

Diceva Gandhi: “L’uomo ha due occhi e due orecchie, ma una lingua soltanto. Dovrebbe parlare metà di quanto vede e metà di quanto sente”.

Nella società moderna, fortemente individualista, siamo abituati, probabilmente, a parlare il doppio, mentre dedichiamo poco tempo ad ascoltare gli altri. Focalizzati su noi stessi, dimentichiamo quali sono le esigenze, le necessità, le aspettative di chi ci sta accanto. Diventiamo, così, come linee parallele, che non si incontrano mai, pur andando nella stessa direzione.

Chi vuole diventare persona altamente efficiente nella vita di tutti i giorni così come nel lavoro, deve imparare ad uscire dal suo tracciato e a dare spazio alle persone con cui entra in contatto. Questo, in sostanza, ci dice Stephen Covey. Se vogliamo che un’amicizia, un rapporto di lavoro, una relazione tra colleghi funzioni, ognuno deve imparare a comprendere l’altro e di farsi comprendere da lui. Altrimenti, non si va a nessuna parte.

Covey definisce diversi livelli di ascolto:
•ascoltare ma ignorare;
•far finta di ascoltare (“Si”, “Ah”, “capisco…”);
•ascolto selettivo (scegliere di ascoltare solo quello che si vuole sentire);
•ascoltare attentamente senza valutazioni (per esempio, prendere appunti durante una conferenza);
•ascolto empatico (con l’intenzione di capire la controparte).

Quello empatico di fatto è una forma superiore di ascolto, che ci costringe ad abbandonare il paradigma centrato sull’ascolto autobiografico che tende a dare risposte basate sulla valutazione dell’essere d’accordo o in disaccordo.

L’essenza dell’ascolto empatico è invece la comprensione degli altri da due fondamentali punti vista: quello intellettuale (capire cosa pensa), quello emotivo (capire cosa prova). D’altra parte, il vero ascolto empatico richiede una grande sicurezza personale, poiché si rischia di essere influenzati, e di cambiare opinione. “Più profondamente capite le altre persone”, afferma Covey, “più facilmente le apprezzerete, e vi sentirete più reverenti nei loro confronti”.

Del resto, proviamo a pensare a cosa capita a noi quando sentiamo che qualcuno sta cercando genuinamente di capire il nostro punto di vista, non è forse vero che riconosciamo la sua apertura e che siamo più ben disposti a trovare un accordo con lui?

Per migliorare la capacità dell’ascolto empatico:
•imitare il contenuto, ovvero ascoltare quanto viene detto e ripeterlo;
•riformulare il contenuto con parole proprie;
•riflettere un sentimento, ovvero prestare attenzione a come si sente, agli stati d’animo di colui che parla, rispetto a ciò che si sta dicendo

Con tutto questo si aiuta l’altro a elaborare i suoi sentimenti e pensieri.

Una comunicazione efficace si ottiene solo dall’equilibrio e dall’integrazione fra:
•prendere in considerazione chi si ha davanti;
•farsi coraggio per cercare di farsi capire.

E’ solo così che si crea una vera atmosfera di empatia, e, sviluppando e mantenendo rapporti positivi attraverso la buona comunicazione, ci si comprende a vicenda e si raggiungono più facilmente risultati positivi.

(a1life.it)

(Altre informazioni sull’empatia)

Comunicazione non verbale

empatia

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– Il corpo parla, piange di gioia, trema di rabbia, i muscoli si tendono per l’apprensione o si rilassano per la gioia. I nostri occhi, da soli, possono essere penetranti, scintillanti, freddi, nascosti, brillanti, lascivi, ammiccanti o senza vita ….
– Tutti abbiamo imparato a stare attenti alle parole, per far piacere alla gente, per adeguarci, per nascondere i nostri sentimenti, ma non siamo ugualmente bravi a cogliere i messaggi che manda il nostro corpo e che sono più numerosi di quelli verbali.
– Talvolta riusciamo a comunicare più cose con un forte e delicato abbraccio sincero che con mille parole ricercate!

Tiziano (sposa.ilbello.com)

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Alcuni errori nella comunicazione non verbale che difficoltano l’empatia:
1. Tenere il contatto oculare troppo a lungo o troppo poco
2. Irrigidire le spalle
3. Tenere la testa bassa
4. Incrociare le braccia
5. Dondolare le gambe
6. Gesticolare velocemente
7. Tenere le distanze o essere invadente
8. Ignorare il contatto fisico
9. Scarsa mimica facciale

(ipermind.com)

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Esempio di comunicazione non verbale con un cliente:
1. Ricevi il cliente con un sorriso aperto
2. Avvicinati fintantoché lui non retrocede, quella è la distanza che predilige al momento
3. Tieni sempre le mani in vista, non nasconderle in tasca, né dietro la schiena
4. Saluta in modo cordiale e convinto
5. Non incrociare le braccia sul petto
6. Non retrocedere
7. Dai la mano solo se te la propone il cliente: una stretta sicura, asciutta ma mai “stritolante”
8. Stabilisci un contatto visivo attento e interessato ma non penetrante
9. Assicura un ascolto attivo con cenni affermativi della testa e il corpo leggermente in avanti
10. Adotta un gesticolare misurato con le mani mai più alte del torace e senza puntare il dito

Alessandra Salimbene (srcomunicazione.it)

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Interpretazione dei gesti:
(COMPORTAMENTO => SIGNIFICATO PROBABILE)
Camminata eretta e decisa => Confidenza, sicurezza
Stare in piedi con le mani sui fianchi => Prontezza nel reagire, agressività
Stare seduti a gambe accavallate con i piedi che scalciano => Noia, disinteresse
Stare seduti con le gambe non accavallate e rilassate => Apertura, disponibilità
Tenere le braccia incrociate sul petto => Difesa, chiusura
Poggiare la mano al mento/guancia => Riflessione, pensiero
Toccarsi/sfregarsi leggermente il naso => Dubbio, bugia
Sfregarsi l’occhio => Dubbio, incredulità
Mani giunte dietro la schiena => Frustrazione, sottomissione, rabbia
Testa appoggiata alle mani, sguardo basso => Noia, compunzione
Sfregarsi le mani => Aspettativa, pregustazione
Mani incrociate dietro la testa o gambe incrociate => Autostima, superiorità
Mani aperte, palmi in mostra => Sincerità, innocenza
Sfregarsi/pizzicarsi la parte superiore del naso => Dubbio, valutazione negativa
Tamburellare con le dita => Impazienza
Unire i polpastrelli delle mani => Autorità, sicurezza, valutazione
Toccarsi continuamente i capelli => Insicurezza oppure narcisismo
Piegare/sporgere la testa in avanti => Interesse
Accarezzarsi il mento => Riflessione, processo decisionale
Sguardo verso il basso e testa leggermente voltata => Incredulità
Mangiarsi le unghie => Insicurezza, nervoso
Toccarsi le orecchie => Indecisione

(comunicazionenonverbale.org)

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Sistema paralinguistico:
detto anche sistema paraverbale indica l’insieme dei suoni emessi nella comunicazione indipendentemente dal significato delle parole:
TONO
Si tenderà ad usare un tono più grave nelle situazioni in cui si vuole dare importanza alle parole pronunciate, mentre si tenderà ad esprimersi con un tono più acuto della voce in situazioni giocose.
VOLUME
Alzare il volume della voce può rappresentare un segnale di dominanza o di rabbia, un desiderio di imporci nello spazio sonoro del nostro interlocutore, oppure il tentativo di far valere con fermezza la nostra presenza.
Un volume ostentatamente basso può invece essere segnale di insicurezza, infelicità, depressione, sottomissione; non ci si espone nella speranza di poter nascondere agli altri la vergogna che si prova di sé.
RITMO
Parlate troppo in fretta può segnalare timore di esporsi o di competere, altre volte agitazione o nervosismo.
Parlare molto lentamente può esprimere lentezza ideativa o tentativo di sfuggire ad una situazione di imposizione.
Le pause possono rappresentare segnale di imbarazzo oppure l’offerta all’altro dell’opportunità di parlare.
Alcuni sospirano costantemente, tossicchiano, ripetono espressioni, senza accorgersene rivelano forme di sofferenza psicologica di cui non hanno ancora individuato le cause.
SILENZIO
Paradossalmente il silenzio rappresenta una forma di comunicazione, anche quando non vi è consapevolezza dell’intento di comunicare.
Il silenzio può indicare rispetto, accettazione, attesa stimolante che l’altro parli, desiderio di ascolto, oppure può segnalare dubbio, paura, minaccia, ostilità, disapprovazione.

(senzanome.org)

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10 principi per comunicare la fede (Juan Manuel Mora)

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Proviamo a convincere senza voler sconfiggere

Comunicare la fede è un problema antico, presente nel corso dei duemila anni di vita della comunità cristiana, che si è sempre considerata messaggera di una novella che le è stata rivelata e che è degna di essere comunicata. È un problema antico, ma è anche un tema di scottante attualità. Da Paolo VI fino a Benedetto XVI, i Papi non hanno smesso di sottolineare la necessità di migliorare il modo di comunicare la fede.

Spesso, questo problema si trova in relazione con la «nuova evangelizzazione». In questo contesto, Giovanni Paolo II affermò che la comunicazione della fede deve essere nuova «nel suo ardore, nei metodi e nuova nelle espressioni». Qui facciamo riferimento in particolare alla novità dei metodi.

Ci sono fattori esterni che ostacolano la diffusione del messaggio cristiano, sui quali è difficile incidere. Però è possibile fare progressi con altri fattori che sono alla nostra portata. In questo senso, chi vuole comunicare l’esperienza cristiana deve conoscere la fede che desidera trasmettere e deve conoscere anche le regole del gioco della comunicazione pubblica.

Partendo, da un lato, dai documenti ecclesiali più rilevanti e, dall’altro, dalla bibliografia essenziale nell’ambito della comunicazione istituzionale, articolerò le mie riflessioni in 3 principi sul messaggio, 3 sulla persona e 3 sul modo.

1. Prima di tutto, il MESSAGGIO deve essere positivo. Il pubblico presta attenzione a informazioni di ogni genere e prende nota delle proteste e delle critiche. Ma asseconda soprattutto progetti, proposte e cause positive.

Giovanni Paolo II afferma, nell’enciclica “Familiaris consortio”, che la morale è un cammino verso la felicità e non una serie di proibizioni. Quest’idea è stata ripetuta spesso da Benedetto XVI, in modi diversi: Dio ci dà tutto e non ci toglie nulla; l’insegnamento della Chiesa non è un codice di limitazioni, ma una luce che si riceve in libertà.

Il messaggio cristiano deve essere trasmesso per quello che è: un sì immenso all’uomo, alla donna, alla vita, alla libertà, alla pace, allo sviluppo, alle virtù. Per trasmetterlo in modo adeguato agli altri, bisogna prima capire e sperimentare la fede in questo modo positivo.

Acquistano particolare valore in questo contesto alcune parole del cardinale Ratzinger: «La forza con cui la verità si impone deve essere la gioia, che è la sua espressione più chiara. Sulla gioia dovrebbero puntare i cristiani e nella gioia dovrebbero conoscere il mondo». La comunicazione attraverso l’irradiazione della gioia è il più positivo dei progetti.

2 . In secondo luogo, il messaggio deve essere rilevante. Significativo per chi ascolta, non soltanto per chi parla. Tommaso d’Aquino afferma che ci sono due tipi di comunicazione: la locutio, un fluire di parole che non interessano in assoluto a coloro che ascoltano; e l’illuminatio, che consiste nel dire qualcosa che apre la mente e il cuore degli interlocutori su un aspetto che veramente li riguarda. Comunicare la fede non è discutere per avere la meglio, ma dialogare per convincere. Il desiderio di convincere senza sconfiggere influenza profondamente l’atteggiamento di chi comunica. L’ascolto si trasforma in qualcosa di fondamentale: permette di sapere che cosa interessa, che cosa preoccupa l’interlocutore. Di conoscere le sue domande prima di proporre le risposte. Il contrario della rilevanza è l’autoreferenzialità: limitarsi a parlare di sé non è una buona base per il dialogo.

3 . In terzo luogo, il messaggio deve essere chiaro. La comunicazione non è prima di tutto ciò che spiega colui che parla, ma ciò che il destinatario comprende. Accade in tutti i campi del sapere (scienza, tecnologia, economia): per comunicare è necessario evitare la complessità argomentativa e l’oscurità del linguaggio. Anche in materia religiosa conviene cercare argomenti chiari e parole semplici. In questo senso, bisognerebbe rivendicare il valore della retorica, della letteratura, delle metafore, del cinema, della pubblicità, delle immagini, dei simboli, per trasmettere il messaggio cristiano.

A volte, quando la comunicazione non funziona, si attribuisce la responsabilità al ricevente: si considerano gli altri incapaci di capire. Bisognerebbe, invece, fare l’opposto: sforzarsi di essere ogni volta più chiari, fino ad arrivare all’obiettivo che si desidera.

4. Passiamo adesso ai principi relativi alla PERSONA che comunica. Perché un destinatario accetti un messaggio, la persona o l’organizzazione che lo propone deve meritare credibilità. Dato che la credibilità si fonda sulla veridicità e sull’integrità morale, la menzogna e il sospetto annullano alla base il processo di comunicazione. La perdita di credibilità è una delle conseguenze più serie di alcune crisi che si sono verificate in questi anni.

5. Il secondo principio è l’empatia. La comunicazione è una relazione che si stabilisce tra le persone, non un meccanismo anonimo di diffusione di idee. Il Vangelo si rivolge a persone: politici ed elettori, giornalisti e lettori. Persone con il loro punto di vista, i propri sentimenti ed emozioni. Quando si parla con freddezza, si fa più grande la distanza che separa dall’interlocutore. Una scrittrice africana ha affermato che la maturità di una persona sta nella sua capacità di scoprire che può «ferire» gli altri, e operare di conseguenza. La nostra società è piena di cuori spezzati e di intelligenze rose dal dubbio. Bisogna avvicinarsi con delicatezza al dolore fisico e al dolore morale. L’empatia non implica rinunciare alle proprie convinzioni, ma mettersi al posto dell’altro. Nella società attuale, le risposte che convincono sono quelle piene di coscienza e di umanità.

6. Il terzo principio relativo alla persona che comunica è la cortesia. L’esperienza dimostra che nei dibattiti pubblici è abitudine insultarsi e squalificarsi a vicenda. In questo ambito, se non si cura la forma, si corre il rischio che la proposta cristiana sia vista come uno fra i tanti atteggiamenti radicali. A rischio di sembrare ingenuo, penso che convenga prendere le distanze da questa impostazione. La chiarezza non è incompatibile con la gentilezza.

Con la gentilezza si può dialogare, senza gentilezza, il fallimento è assicurato in anticipo: chi era fazioso prima della discussione, continuerà a esserlo poi; e chi era contrario raramente cambierà atteggiamento.

Ricordo un cartello collocato all’entrata di un pub vicino al castello di Windsor, nel Regno Unito. Diceva, più o meno: «In questo locale sono benvenuti i gentiluomini. E un gentiluomo è tale prima di bere la birra e anche dopo». Potremmo aggiungere: un gentiluomo è tale quando gli danno ragione e quando non gliela danno.

7. Vediamo infine alcuni principi che si riferiscono al MODO di comunicare. Il primo è la professionalità. La “Gaudium et Spes” ricorda che ogni attività umana ha la sua propria natura che bisogna scoprire, applicare e rispettare. Ogni campo del sapere ha la sua metodologia; ogni attività, le sue norme; e ogni professione, la sua logica.

L’evangelizzazione non si produrrà fuori dalle realtà umane, ma dentro: i politici, gli imprenditori, i giornalisti, i professori, gli sceneggiatori, i sindacalisti, sono coloro che possono introdurre pratiche migliori nei rispettivi ambiti. San Josemaría Escrivá ricordava che è ogni professionista, coinvolto nel proprio lavoro, che deve trovare le proposte e le soluzioni adeguate. Se si tratta di un dibattito parlamentare, con argomenti politici; se è un dibattito medico, con argomenti scientifici; e così via. Questo principio si applica alle attività di comunicazione, che stanno conoscendo uno sviluppo straordinario negli ultimi anni, sia per la crescente qualità delle forme narrative, sia per i tipi di pubblico di volta in volta più ampio e per la partecipazione cittadina ogni giorno più attiva.

8. Il secondo principio potrebbe definirsi della trasversalità. La professionalità è imprescindibile quando in un dibattito pesano le convinzioni religiose. La trasversalità, quando pesano le convinzioni politiche.

A questo punto, vale la pena menzionare la situazione italiana. Nel fare la dichiarazione dei redditi, più dell’ottanta per cento degli italiani mette una croce nel riquadro corrispondente alla Chiesa, perché desidera appoggiare economicamente le sue attività. Ciò vuol dire che la Chiesa merita la fiducia di una grande maggioranza dei cittadini, non soltanto di coloro che si riconoscono in una tendenza politica.

9. Il terzo principio relativo al modo di comunicare è la gradualità. Le tendenze sociali hanno una vita complessa: nascono, crescono, si sviluppano, cambiano e muoiono. Di conseguenza, la comunicazione di idee ha molto a che vedere con la «coltivazione»: seminare, irrigare, potare, tagliare, attendere, prima di raccogliere.

Il fenomeno della secolarizzazione si è andato consolidando negli ultimi secoli. Processi di così lunga gestazione non si risolvono in anni, mesi o settimane. Il cardinale Ratzinger spiegava che la nostra visione del mondo suole seguire un paradigma «maschile», in cui l’importante è l’azione, l’efficacia, la programmazione e la rapidità. E concludeva che conviene dare più spazio a un paradigma «femminile», perché la donna sa che tutto ciò che ha a che vedere con la vita richiede attesa, ha bisogno di pazienza.

Il contrario di questo principio sono la fretta e l’agire a breve termine che portano all’impazienza e molte volte anche allo scoraggiamento, perché è impossibile raggiungere obiettivi di una certa entità a breve termine.

10. A questi nove principi bisognerebbe aggiungerne un altro che tocca tutti gli aspetti citati: il messaggio, la persona che comunica e il modo di comunicare. Il principio della carità.

Alcuni autori hanno sottolineato come, nei primi secoli, la Chiesa si diffondesse in modo molto rapido perché era una comunità accogliente, in cui era possibile vivere un’esperienza di amore e di libertà. I cattolici trattavano il prossimo con carità, curavano i bambini, i poveri, gli anziani, gli infermi. Tutto questo rappresentò un’irresistibile calamita.

La carità è il contenuto, il metodo e lo stile della comunicazione della fede; la carità fa diventare il messaggio cristiano positivo, rilevante e attraente; conferisce credibilità, empatia e gentilezza alle persone che comunicano; ed è la forza che permette di agire in modo paziente, coinvolgente e aperto. Perché anche il mondo in cui viviamo è sempre più spesso un mondo duro e freddo, nel quale molte persone si sentono escluse e maltrattate e sperano di avere un po’ di luce e di calore. In questo mondo, il grande argomento dei cattolici è la carità. Grazie alla carità, l’evangelizzazione è, sempre e veramente, nuova.

Juan Manuel Mora (L’Osservatore Romano, 19 agosto 2011)

(Altre informazioni sull’empatia)

Comunicare la fede (Jutta Burggraf)

I – L’ambiente attuale

1. L’epoca del post-modernismo
Oggi abbiamo idoli a non finire; per esempio, la salute, il “culto del corpo”, la bellezza, il successo, il denaro o lo sport; idoli che acquistano, certe volte, i tratti di una nuova religione. Chesterton dice: “Quando non si crede più in Dio, non si può credere più a nulla; ma il problema più grave è che, allora, si può credere a qualsiasi cosa”.

In passato la vita era considerata un “work in progress”. Oggi, invece, è considerata come turismo: non c’è continuità, ma discontinuità; camminiamo senza avere una direzione fissa. Il motto di un motociclista lo esprime molto bene: “Non so dove vado, però voglio arrivare al più presto”. Nella letteratura si parla della “oscurità moderna”, del “caos attuale”.

“L’uomo moderno è uno zingaro”, è stato detto con ragione. Non ha casa: forse ha una casa per il corpo, ma non per l’anima. Si nota una mancanza di orientamento, una insicurezza e anche molta solitudine. Non c’è da stupirsi che si voglia trovare la felicità nel piacere immediato, o magari nell’applauso. Se uno non è amato, vuole essere almeno lodato.

Forse tutti ci siamo abituati a non pensare: almeno, a non pensare sino in fondo. Si tratta del cosiddetto pensiero debole. Viviamo in un’epoca nella quale disponiamo di mezzi sempre più perfetti, ma i fini sono assai incerti.

Nello stesso tempo possiamo scoprire una vera “sete di interiorità”, tanto nella letteratura come nell’arte, nella musica e anche nel cinema. Sempre più persone cercano un’esperienza di silenzio e di contemplazione; e sono delusi dal cristianesimo che, in molti ambienti, ha fama di non essere altro che una rigida “istituzione burocratica”, con precetti e castighi.

Altre persone fuggono dalla Chiesa per motivi opposti: la predicazione cristiana sembra loro troppo “superficiale”, molto “light”, senza fondamento e senza esigenze rigorose. Non cercano ciò che è “liberale”, ma tutto il contrario: cercano ciò che è “sicuro”. Vogliono che qualcuno dica loro con assoluta certezza qual è la via verso la salvezza, e che un altro pensi e decida per loro: ed ecco allora il grande mercato delle sette.

Viviamo in società multiculturali, nelle quali è possibile osservare contemporaneamente i fenomeni più contraddittori. Alcuni cercano di riassumere tutto quello che ci succede in un’unica parola: post-modernismo. Il termine indica che si tratta di una situazione di cambiamento: è un’epoca che viene “dopo” il modernismo e “prima” di una nuova era che ancora non conosciamo (gli adepti di New Age si sono appropriati del nome: secondo loro, già ci troveremmo in questa nuova epoca; a mio modo di vedere si tratta di un errore: essi sono semplicemente “post-moderni”).
Il post-modernismo è un’era limitata che indica il fallimento del modernismo. Lo si può paragonare al “dopoguerra”, il difficile periodo dopo una guerra, che è preparazione a qualcosa di nuovo. Lo si può paragonare anche al periodo “post-operatorio”, nel quale una persona è in convalescenza dopo una operazione, in attesa di riprendere la normale attività.

Sembra davvero di attraversare un cambiamento epocale: stiamo per entrare in una nuova tappa dell’umanità. E le novità richiedono un nuovo modo di esprimersi e di comportarsi.

2. L’atteggiamento davanti ai cambiamenti culturali.
Chi vuole influire nel presente deve amare il mondo nel quale vive. Non deve guardare al passato con nostalgia e rassegnazione, ma adottare un atteggiamento positivo verso il momento storico concreto: dovrebbe essere all’altezza dei nuovi avvenimenti, che segnano le sue gioie e le sue preoccupazioni e tutto il suo stile di vita. “In tutta la storia del mondo c’è un’unica ora importante ed è quella presente – dice Bonhoeffer -. Chi fugge dal presente, fugge dall’ora di Dio”.

Oggidì una persona percepisce i diversi avvenimenti del mondo in modo diverso dalle generazioni precedenti e reagisce anche affettivamente in altro modo. Per questa ragione, è tanto importante saper ascoltare. Un buon teologo legge sia la Scrittura che il giornale, qualche rivista o internet; dimostra vicinanza e simpatia verso il nostro mondo. E sa che proprio nelle menti e nei cuori degli uomini e delle donne che gli stanno attorno può trovare Dio in un modo molto più vivo che nelle teorie e nelle riflessioni.

I cambiamenti di mentalità invitano a esporre le proprie credenze in un modo diverso da quello precedente. A tal riguardo, uno scrittore commenta: “Non sono disposto a modificare le mie idee (di fondo) per quanto i tempi cambino molto. Però sono disposto a porre tutte le formulazioni esterne al livello dei miei tempi, per un semplice amore alle mie idee e ai miei fratelli, perché se parlo con un linguaggio morto o con una messa a fuoco superata, seppellirò le mie idee senza riuscire a comunicare con nessuno”.

II – La personalità di chi parla.

Per parlare di Dio, non basta tener conto dell’ambiente in cui stiamo; ancora più decisiva è la personalità di chi parla: infatti, quando parliamo, non solo comunichiamo qualcosa, ma prima di tutto esprimiamo noi stessi. Il linguaggio è uno “specchio del nostro spirito”.

Esiste anche un linguaggio non verbale, che sostituisce o accompagna le nostre parole. È il clima che creiamo attorno a noi, di solito attraverso cose molto piccole, come, per esempio, un sorriso cordiale o uno sguardo di stima. Quando in un corpo umano mancano gli oligo-elementi, anche se sono minimi, uno può ammalarsi gravemente e morire. In modo analogo possiamo parlare degli “oligo-elementi” in un determinato ambiente: sono quei dettagli, difficilmente dimostrabili e ancor meno esigibili, che fanno sì che l’altro si senta a suo agio, si sappia amato e apprezzato.

1. Essere e sembrare.
Ci conviene prendere sul serio alcune moderne teorie della comunicazione (che, in verità, esprimono verità lapalissiane). Queste teorie ci ricordano che una persona trasmette di più per quel che essa è, che non per quello che dice. Alcuni affermano addirittura che l’80 o 90% della nostra comunicazione avviene in forma non verbale.

Inoltre, trasmettiamo in modo cosciente soltanto una piccola parte dell’informazione e tutto il resto in modo inconscio: attraverso lo sguardo e l’espressione del viso, attraverso le mani e i gesti, la voce e tutto il linguaggio del corpo. Il corpo fa conoscere il nostro mondo interiore, “traduce” le emozioni e le aspirazioni, la gioia e la delusione, la generosità e l’angoscia, l’odio e la disperazione, l’amore, la supplica, la rassegnazione e la vittoria; e difficilmente inganna; Sant’Agostino parla di un “linguaggio per così dire naturale, comune a tutti i popoli”.

Gli altri percepiscono il messaggio nello stesso modo, soltanto in parte in modo cosciente, e si accorgono di molte cose inconsciamente.

Questo vuol dire che non è sufficiente sorridere e avere un’apparenza gradevole; se vogliamo toccare il cuore degli altri, dobbiamo prima cambiare il nostro cuore. L’insegnamento più importante può essere impartito dalla semplice presenza di una persona matura che ama. Nella Cina e nell’India di un tempo, l’uomo più apprezzato era quello che possedeva eccellenti qualità spirituali. Non solo trasmetteva conoscenze, ma profonde disposizioni umane. Quelli che entravano in contatto con lui, desideravano cambiare e crescere, e non avevano più paura di non essere all’altezza.
Proprio oggi è molto importante persuadersi che la fede è molto umana e molto umanizzante; la fede crea un clima nel quale tutti si sentono a loro agio, amabilmente sollecitati a dare il meglio di sé. Questa verità appare evidente nella vita di molti grandi personaggi, dall’apostolo San Giovanni fino a Madre Teresa di Calcutta e a san Josemaría Escrivá.

2. Identità cristiana e autenticità.
Per parlare di Dio con efficacia occorre una chiara identità cristiana. Probabilmente il nostro linguaggio sembra, a volte, molto incolore perché non siamo ancora sufficientemente convinti della bellezza della fede e del grande tesoro che abbiamo, e ci lasciamo facilmente schiacciare dalle situazioni.

Però la luce viene prima delle tenebre e il nostro Dio è l’eternamente Nuovo. Non è la “vetustà” del cristianesimo originario ciò che pesa sugli uomini, ma il cosiddetto cristianesimo borghese. “Però questo cristianesimo borghese non è il cristianesimo – avverte Daniélou -. È soltanto l’incarnazione del cristianesimo nella civiltà borghese”. Questo fatto ci permette di conservare una buona fetta di ottimismo e di speranza al momento di parlare di Dio.

Un cristiano non è tenuto a essere perfetto, ma certamente a essere autentico. Gli altri notano se una persona è convinta del contenuto del suo discorso, oppure no. Una stessa frase – per esempio, “Dio è Amore” – può apparire banale o, invece, straordinaria a seconda del modo in cui è pronunciata. “Questo modo dipende dalla profondità del livello dell’essere di un uomo, da cui proviene, senza che la volontà possa far nulla. E, per una meravigliosa intesa, raggiunge il medesimo livello in chi l’ascolta”[14]. Se uno parla dopo la gioia di aver trovato Dio nell’intimità del suo cuore, può darsi che commuova gli altri con la forza della sua parola. Non occorre che sia un brillante oratore. Parla semplicemente con l’autorità di chi vive – o cerca di vivere – quello che dice; comunica qualcosa dal centro stesso della sua esistenza, senza frasi fatte e senza ricette noiose.

Una persona assimila, come per osmosi, disposizioni e comportamenti da coloro che le stanno intorno. Così ogni attività cristiana può invitare ad aprirsi a Dio, sia che abbia un rapporto esplicito con la fede oppure no. Ma può anche scandalizzare gli altri, a tal punto che le parole perdono valore. Edith Stein racconta di aver perduto la fede ebraica quando, da bambina, si rese conto che, nelle cerimonie di Pasqua, i suoi fratelli più grandi si limitavano a “fare teatro” e non credevano a quello che dicevano.

3. Serenità.
Un cristiano, in prima istanza, non è una persona “pia”, ma è soprattutto una persona felice, perché ha trovato il significato della propria esistenza. Proprio per questo è capace di trasmettere agli altri l’amore per la vita, che è altrettanto contagioso quanto l’angoscia.

Di solito non si tratta di una felicità rumorosa, ma di una tranquilla serenità, frutto di saper assimilare il dolore e i cosiddetti “colpi del destino”. È necessario convincere gli altri, senza nascondere le proprie difficoltà, che nessuna esperienza della vita capita invano; possiamo sempre imparare e maturare, anche quando deviamo dal cammino, quando ci perdiamo nel deserto o quando ci sorprende una tempesta. Gertrud von Le Fort afferma che non solo il giorno pieno di sole, ma anche la notte oscura ha i suoi miracoli. “Certi fiori fioriscono solo nel deserto, le stelle sono visibili soltanto in luoghi solitari. Alcune esperienze dell’amore di Dio si vivono solo quando ci troviamo nel più completo abbandono, quasi ai margini della disperazione”.
Come può comprendere e consolare chi non è stato mai avvilito dalla tristezza? Vi sono persone che, dopo aver sofferto molto, sono diventate comprensive, cordiali, accoglienti e sensibili di fronte al dolore altrui. In una parola, hanno imparato ad amare.

4. Amore e fiducia.
L’amore stimola quel che di meglio c’è in un uomo. In un clima di accettazione e di affetto, i grandi ideali si risvegliano. Per un bambino, per esempio, è più importante crescere in un ambiente di autentico amore, senza riferimenti espliciti alla religione, che in un clima di “pietà” soltanto formale, senza affetto. Se manca l’amore, manca la condizione basilare per un sano sviluppo. Non è possibile modellare il ferro freddo; ma quando viene riscaldato è possibile dargli forma con delicatezza.

Attraverso i genitori, i figli dovrebbero scoprire l’amore di Dio. Occorre il “linguaggio delle opere”, è necessario vivere il proprio messaggio. Decisive non sono le lezioni di catechismo, che verranno più tardi; prima, molto prima, conviene preparare la terra in modo che sia in grado di accogliere il seme.

Nei suoi primi anni di vita ogni bambino fa una scoperta fondamentale, che sarà di vitale importanza per il suo carattere: “sono importante, mi capiscono e mi vogliono bene”; oppure “mi trovo sempre in mezzo, disturbo”. Ognuno deve fare, in qualche modo, l’esperienza d’amore che ci trasmette Isaia: “Tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo… Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani”.

Se manca questa esperienza, può succedere che una persona sia incapace di stabilire delle relazioni durevoli o di lavorare seriamente. E soprattutto sarà difficile per essa credere veramente nell’amore di Dio: credere che Dio sia un Padre che comprende e perdona, giustamente esigente per il bene del figlio. “La storia del declino di ogni uomo e di ogni donna ci dice che un bambino meraviglioso, di grandi pregi, singolarissimo e con molte qualità, ha perduto il senso del proprio valore”. A questo difficilmente si potrà rimediare più tardi dando lezioni sull’amore di Dio. Una persona ha detto con ragione: “Quello che fai fa tanto rumore che non sento quello che dici”.

Molte persone non hanno potuto affinare la “fiducia originaria”. E siccome non la conoscono, si muovono in un ambiente di “angoscia originaria”. Non vogliono saper nulla di Dio; arrivano a sentire paura e persino terrore per il cristianesimo. Infatti, per loro, Dio non è altro che un Giudice severo, che castiga e condanna, anche arbitrariamente. Non hanno scoperto che Dio è Amore, un Amore che si dona e che più di noi stessi è interessato alla nostra felicità.

Ecco perché è tanto importante credere nelle capacità degli altri e farglielo capire. Certe volte è impressionante vedere fino a che punto una persona si può trasformare se le si dà fiducia; come cambia, se la si tratta in base all’idea perfezionata che si ha di essa. Molti uomini e donne sanno incoraggiare gli altri a essere migliori grazie a un’ammirazione discreta e silenziosa. Comunicano la certezza che c’è molto di buono e di bello in loro, e, con pazienza e costanza, li incoraggiano e li aiutano a crescere.
Quando uno si accorge di essere amato, acquista una gioiosa fiducia nell’altro: comincia ad aprire la propria intimità. La trasmissione della fede comincia a tutti i livelli con un linguaggio non verbale. È il linguaggio dell’affetto, della comprensione e dell’autentica amicizia.

III – Parlare di Fede

Quando conosco bene l’altro, conosco anche le sue esperienze, le sue ferite e le sue gioie. Se c’è reciprocità nella conoscenza, l’altro sa ciò che io ho vissuto, ciò che mi fa soffrire e ciò che mi riempie di speranza. L’amicizia non è mai una via unilaterale. In un clima di reciproca conoscenza è più facile parlare di tutto, anche della fede.

1. Una ricerca comune.
Vi sono persone che hanno una forte identità cristiana e, malgrado ciò, non riescono a convincere nessuno. Quando qualcuno si mostra troppo sicuro, in un primo tempo, oggi non lo si accetta. Si rifiutano i “grandi racconti” e anche i “portatori della somma verità”, perché siamo più convinti che mai che nessuno può sapere tutto. Si parla di una pastorale “dal basso”, non “dall’alto”, non dalla cattedra, che vuole istruire i “poveri ignoranti”. Questo modo di agire non è più efficace, e forse non lo è mai stato.

Mi viene in mente quello che si raccontava di Giovanni Paolo II. L’episodio è avvenuto durante il Concilio Vaticano II. In una delle sessioni plenarie del Concilio, l’allora giovane vescovo Wojtyla domandò la parola e, inaspettatamente, fece un’acuta critica al progetto di uno dei documenti più importanti che era stato proposto. Fece capire che il progetto serviva soltanto a essere gettato nel cestino. Le ragioni erano le seguenti: “Nel testo presentato la Chiesa insegna al mondo. Si colloca, per così dire, al di sopra del mondo, convinta di possedere la verità, ed esige che il mondo le obbedisca”. Ma questo atteggiamento può essere l’espressione di una somma arroganza. “La Chiesa non deve istruire il mondo da una posizione di autorità, ma deve cercare la verità e le soluzioni autentiche dei problemi difficili della vita umana insieme al mondo”. Il modo di esporre la fede non deve diventare mai un ostacolo per gli altri.

2. Imparare da tutti.
Quello che oggi attrae di più non è la sicurezza, ma la sincerità: conviene raccontare agli altri le ragioni che mi convincono a credere, parlare anche dei dubbi e delle perplessità[21]. In definitiva, si tratta di mettersi accanto all’altro e di cercare la verità insieme a lui. Certamente, io posso dare molto, se ho fede; ma anche gli altri possono insegnarmi molto.

San Tommaso afferma che qualunque persona, per quanto erronee siano le sue convinzioni, partecipa in qualche modo della verità: il buono può esistere senza mescolarsi con il male; però non esiste il male che non sia mescolato al buono. Pertanto, non solo dobbiamo trasmettere la verità che – con la grazia divina – abbiamo raggiunto, ma siamo chiamati anche ad approfondirla continuamente e a cercarla là dove è possibile trovarla, cioè, dappertutto. Arricchisce molto, per esempio, conversare con gli ebrei e i musulmani; ci si aprono sempre nuovi orizzonti. E la verità, chiunque la dica, può procedere soltanto da Dio.

Siccome noi cristiani non abbiamo piena coscienza di tutte le ricchezze della nostra fede, possiamo (e dobbiamo) fare passi avanti con l’aiuto degli altri. La verità non si possiede mai interamente. In ultima istanza, non è qualcosa, ma qualcuno: è Cristo. Non è una dottrina che possediamo, ma una Persona dalla quale ci lasciamo possedere. È un processo senza fine, una “conquista” progressiva.

3. Prendere sul serio le necessità e i desideri dell’uomo.
Possiamo domandarci: perché questa o quella ideologia attrae tanta gente? Di solito mostrano i desideri e le necessità più profonde dei nostri contemporanei e tutto sommato anche nostre. La teoria della reincarnazione, per esempio, manifesta la speranza in un’altra vita; la meditazione trascendentale insegna come uno si può appartare dai rumori esterni e da quelli interiori; i gruppi skinhead o teste rapate, come i punk degli anni ’80 (e ’90), i gotici dei ’90 (e del 2000) e i rapati di oggi offrono una solidarietà – un senso di appartenenza – che molti giovani non trovano nelle loro famiglie.

Eppure la fede offre risposte molto più profonde e stimolanti. Ci dice che tutti gli uomini – e in particolare i cristiani – sono fratelli, chiamati a percorrere insieme le strade della vita. Mai ci troveremo soli. Quando parliamo con Dio nell’orazione – che possiamo fare in qualunque momento della giornata -, non ci allontaniamo dagli altri, ma ci uniamo a chi ci vuole più bene in questo mondo e a tutti noi ha preparato una vita eterna di felicità.

Se riusciamo a esporre il mistero divino in chiave d’amore, sarà più facile risvegliare gli interessi dell’uomo moderno. Vi sono tentativi considerevoli in tal senso. Il Dio dei cristiani è il Dio dell’Amore, perché non solo è Uno, ma nello stesso tempo è Trino. Siccome amare consiste nel relazionarsi con un tu – nel dare e ricevere -, un Dio “solo” (un’unica persona) non potrebbe essere Amore. Chi altro potrebbe amare, da tutta l’eternità? Un Dio solitario, che conosce e ama solo se stesso, può essere considerato, in fondo, un essere molto inquietante.

Il Dio trino è, davvero, il Dio dell’Amore. Nel suo intimo scopriamo una vita di donazione e di dedizione reciproca. Il Padre dà tutto il suo amore al Figlio; è stato chiamato il “Grande Amante”. Il Figlio riceve questo amore e lo restituisce al Padre; è colui che non dice mai “no” all’Amore. Lo Spirito è l’Amore stesso fra i due; è il “con-diletto”, secondo Ugo di San Vittore: dimostra che si tratta di un amore aperto, dove c’è posto per l’altro, dove c’è posto anche per tutti noi.

“Essere al mondo vuol dire: essere amato da Dio”, afferma Gabriel Marcel. Dunque, un credente può sentirsi protetto e sicuro. Può comprovare che i suoi desideri più profondi sono soddisfatti.

4. Andare all’essenziale.
Quando parliamo della fede è importante andare all’essenziale: il grande amore di Dio verso di noi, la vita appassionante di Cristo, l’azione misteriosa dello Spirito nella nostra mente e nel nostro cuore… Dobbiamo rifuggire da ciò che fanno quelli che vogliono togliere forza al cristianesimo: riducono la fede alla morale e la morale al sesto comandamento. In ogni caso, conviene far capire molto chiaramente che la Chiesa dice un sì all’amore; e che, per salvaguardare l’amore, dice un no alle deformazioni della sessualità.

Benedetto XVI ha scelto questo stesso modo di agire. Dopo l’Incontro Mondiale delle Famiglie a Valencia, ha concesso un’intervista alla Radio Vaticana, nella quale, fra l’altro, gli hanno chiesto: “Santo Padre, a Valencia Lei non ha parlato né dell’aborto, né dell’eutanasia, né del matrimonio gay. È stata una sua precisa intenzione?”. Il Papa ha risposto: «Naturalmente sì. Se uno ha così poco tempo non può subito cominciare con il dire “No”. Bisogna sapere prima che cosa veramente vogliamo dire, non vi pare? E il cristianesimo […] non è un cumulo di proibizioni, ma una opzione positiva. Ed è molto importante che lo torni a capire, poiché questa consapevolezza oggi è quasi completamente scomparsa. Si è sentito dire tanto su ciò che non è permesso, che ora bisogna dire: Ma noi abbiamo un’idea positiva da proporre […]. Anzitutto, dunque, è importante mettere in rilievo ciò che vogliamo».

5. Un linguaggio chiaro e semplice.
Certe volte confondiamo complicato con intelligente, e dimentichiamo che Dio – la somma Verità – è, nello stesso tempo, la somma semplicità. Il linguaggio della fede parla con semplicità delle realtà ineffabili. “Preferisco dire cinque parole con la mia intelligenza per istruire anche gli altri, piuttosto che diecimila parole con il dono delle lingue”, avverte San Paolo.

Si possono usare immagini per avvicinare il mistero trinitario al nostro spirito (nella semplicità delle immagini troviamo più verità che nei grandi concetti). Una delle più comuni è quella del sole, la sua luce e il suo calore; o anche la sorgente, il fiume e il mare, un paragone molto apprezzato dai Padri greci (dato che i Padri della Chiesa si esprimono spesso per immagini, la loro teologia è sempre moderna). Si possono cercare anche aneddoti, citazioni della letteratura o scene di film. Ai tempi del Vaticano II, gli esperti furono invitati a esprimersi con un linguaggio comprensibile: “Si abbandoni ogni linguaggio esangue e arido, la dissezione carica di affermazioni concettualiste, per adottare un linguaggio più vivo e concreto, simile a quello della Bibbia e degli antichi Padri. Si abbandoni il sovraccarico di discussioni secondarie e di ‘questioni’ di semplice curiosità… Rivolgere a una persona un discorso astruso, difficilmente comprensibile… ha in sé qualcosa di oltraggiante e irrispettoso, sia per la verità che per la persona che ha il diritto di capire”.

Chi non capisce ciò che l’altra persona sta dicendo, non può esprimere i propri dubbi, non può fare ricerche liberamente per conto proprio. Dipende dall’altro, e da lui può essere manipolato facilmente.

6. Un linguaggio esistenziale.
Nello stesso modo, l’altro ha il diritto di conoscere tutta la verità. Se reprimiamo una parte della fede, creiamo confusione e non diamo all’altro un vero aiuto. Daniélou lo dice chiaramente: “La condizione fondamentale di un dialogo sincero con un non cristiano è dirgli: ho l’obbligo di dirti che un giorno tu incontrerai la Trinità”.

Occorre spiegare agli altri la propria fede quanto più chiaramente e integralmente sia possibile. Con questo, d’altra parte, pratichiamo la sincerità in qualunque relazione umana: vogliamo far conoscere la nostra identità, vale a dire, nel nostro caso, l’identità cristiana. L’altro vuol sapere chi sono io. Se non parliamo, con diligenza, di tutti gli aspetti della fede, gli altri non potranno accettarci come siamo realmente, e la nostra relazione diventerà sempre più superficiale, più deludente, finché, prima o poi, s’interromperà.

Però non vogliamo soltanto far conoscere il nostro progetto di vita, ma desideriamo incoraggiare gli altri a lasciarsi affascinare e conquistare dalla figura luminosa di Cristo.

A questo punto si manifesta il carattere esistenziale e dinamico del linguaggio sulla fede, che invita gli altri a entrare, un po’ alla volta, nella vita cristiana, che è dialogo e intimità, corrispondenza all’amore e, allo stesso tempo, una grande avventura: «l’avventura della fede».

Nota finale. Credere in Dio significa camminare con Cristo, pur in mezzo a tutte le lotte che sosteniamo, verso la casa del Padre. Ecco perché a poco servono gli sforzi, e ancor meno i sermoni. Il nostro linguaggio è molto limitato. La fede è un dono di Dio, e lo è anche il suo perfezionamento. Possiamo invitare gli altri a chiederla, insieme a noi, umilmente dall’alto. La meta del nostro parlare di Dio consiste nell’indurre tutti a parlare con Dio.

Jutta Burggraf, 20 agosto 2010

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