{"id":1099,"date":"2018-04-08T15:37:13","date_gmt":"2018-04-08T15:37:13","guid":{"rendered":"http:\/\/empatici.com\/?p=1099"},"modified":"2018-04-16T09:11:58","modified_gmt":"2018-04-16T09:11:58","slug":"note-esperienziali-sulla-comunicazione-della-fede-don-fabio-rosini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/empatici.com\/?p=1099","title":{"rendered":"Note esperienziali sulla comunicazione della fede (Don Fabio Rosini)"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/empatici.com\/wp-content\/uploads\/2018\/04\/oratore.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" src=\"http:\/\/empatici.com\/wp-content\/uploads\/2018\/04\/oratore-300x169.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"169\" class=\"alignnone size-medium wp-image-1105\" srcset=\"https:\/\/empatici.com\/wp-content\/uploads\/2018\/04\/oratore-300x169.jpg 300w, https:\/\/empatici.com\/wp-content\/uploads\/2018\/04\/oratore-500x281.jpg 500w, https:\/\/empatici.com\/wp-content\/uploads\/2018\/04\/oratore.jpg 644w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Mi si chiede di trattare l\u2019argomento dell\u2019attuale stato del linguaggio della comunicazione della fede. Credo sia opportuno partire da una constatazione: questo linguaggio sembra essere in molti casi fallimentare, inefficace, non attraente.<\/p>\n<p>La colpa, mi sembra necessario riconoscerlo, \u00e8 del nostro stile di annuncio. Il problema siamo noi. Cercher\u00f2 di menzionare, a peso, senza troppa analisi, i tipi di difetti che la nostra predicazione presenta a mio avviso.<\/p>\n<p>Quanto vado ad enumerare non ha nessuna pretesa di esaustivit\u00e0. Sono solo i punti principali, esposti in grande sintesi, macroscopicamente evidenti, se si vuole fare un\u2019analisi di massima della situazione.<\/p>\n<p>1. Difetto fondamentale e diffusissimo \u00e8 <strong>presupporre la fede negli ascoltatori<\/strong>; spesso ci si ritiene investiti dell\u2019autorevolezza sacramentale che l\u2019ascoltatore non riconosce, anzi non conosce proprio. <\/p>\n<p>Direi che la colpa principale di questo approccio \u00e8 la scarsa considerazione che l\u2019ascoltatore e la sua condizione reale trovano in chi predica. L\u2019assemblea, ad esempio di un matrimonio, \u00e8 distratta, superficiale, estranea alla liturgia? E chi se ne avvede? Il sacerdote \u00e8 partito nella sua descrizione della fedelt\u00e0 prima battesimale e poi nuziale all\u2019alleanza con Dio, parla della grazia che \u00e8 donata nel sacramento, della vocazione salvifica della famiglia, mentre oramai molta gente non riesce nemmeno a capire il contenuto logico del lessema \u201csacramento\u201d, o \u201cgrazia\u201d, o \u201csalvezza\u201d. Una cosa sola l\u2019uditorio ha per certa: che presto o tardi il prete smetter\u00e0 di parlare. Possiamo parlare di coincidenza topografica fra predicatore e assemblea, ma non c\u2019\u00e8 molto di pi\u00f9 in comune fra le due parti. L\u2019assemblea non capisce il predicatore, e il predicatore non ha provato a capire l\u2019assemblea.<\/p>\n<p>2. Una fetta non piccola dei nostri sforzi predicatori viene sperperata in due filoni di un vecchio approccio:<\/p>\n<p>a. <strong>Il vetero-moralismo<\/strong>, che per un\u2019inerzia secolare da controriforma, insiste sulle <strong>opere<\/strong>, spossando l\u2019ascoltatore con la pressione della pretesa. Il difetto maggiore di quest\u2019approccio: se l\u2019agire \u00e8 conseguenza dell\u2019essere, diventa ridicolo chiedere di agire cristianamente a chi cristiano, forse, non \u00e8 se non in parte ancora tutta da verificare, perch\u00e9 spesso non \u00e8 stato formato ad esserlo. Se infatti ripetiamo spesso che la crisi del popolo di Dio \u00e8 la sua formazione carente, come pensiamo di poter risolvere il problema partendo dal pretendere i risultati? In ogni caso, per definizione, il linguaggio moralista non pu\u00f2 essere il linguaggio dell\u2019annuncio.<\/p>\n<p>b. <strong>Il neo-moralismo<\/strong>, che confonde il cristianesimo con la forza di volont\u00e0, e scivola in approcci stile new-age, ponendo tutta la forza della redenzione nella \u2018decisione\u2019 come fulcro salvifico. In fondo a Ges\u00f9 Cristo non rimane altro ruolo che quello di stimolo, di causa solo ed unicamente esemplare.<\/p>\n<p>3.  Molte occasioni vengono altres\u00ec sprecate in funzione di un peccato tipicamente clericale, una vanagloria ecclesiastica dura a morire, che definisco <strong>teologismo astratto<\/strong>.  Mentre la gente aspetta di essere coinvolta nella spiegazione della Parola di Dio, ecco che prorompe la libido teologica e si affonda in una serie di precisazioni da algebra dogmatica. Si \u00e8, di conseguenza, precisi ed elevati, quanto inutili e noiosi.<\/p>\n<p>4. Ma come non citare anche un altro filone, trionfante e diffuso: il <strong>sentimentalismo<\/strong>. La ricerca metodica del punto erogeno nell\u2019ascolto e la tecnica sonora di avviluppante melassa, che tocca la zona certa dell\u2019emotivo, del lacrimevole. Certe pause, certi toni, anche se diametralmente opposti allo stentoreo della vecchia retorica, hanno per\u00f2 in comune lo stesso orribile difetto di fondo: suonano falsi. Ormai questa tecnica \u00e8 comune ai preti e ai politici. In certo senso viene da chiedersi se sia Veltroni che parla da prete o i preti che hanno da tempo sposato una comunicazione buonista-veltroniana. In questi modi non si \u00e8 \u2018persona\u2019, ma \u2018personaggio\u2019. Con tale tecnica non si fa un annuncio ma si da luogo ad un evanescente momento ormonale-impulsivo.<\/p>\n<p>5. Non possiamo tralasciare la fresca generazione dei predicatori provenienti dalle nuove esperienze ecclesiali, movimenti e simili. Qui il difetto \u00e8 di altro genere, quello di scivolare dal tono kerigmatico-passionale allo stato di <strong>espettorazione ripetitiva dello slogan catechetico<\/strong> appreso nel proprio movimento: puoi avere davanti anziane del rosario, fanciulli del catechismo o coppie di fidanzati, la polpetta \u00e8 la stessa, gli esempi sono gli stessi, i decibel impiegati sono gli stessi. E il senso di estraneit\u00e0 dell\u2019uditorio pure.<\/p>\n<p>6. Di pari passo procede un simile risultato di derivazione pi\u00f9 semplice e banale: uno si trova quei quattro schemi che gli sembrano funzionare, e ormai da anni li emette a selezione random. Lentamente ogni predicazione scivola verso questo imbuto precostituito e si finisce per suonare sempre la stessa solfa. \u00c8 un difetto da replica semi-ossessiva (soprattutto per l\u2019ascoltatore) del rassicurante schema gi\u00e0 noto. In poche parole: una <strong>mancanza di creativit\u00e0 che genera ripetitivit\u00e0<\/strong>.<\/p>\n<p>7. E che pi\u00f9? Parlando di mancanza di creativit\u00e0 viene in mente un\u2019altra negligenza con cui molti porgono la predicazione: se anche il discorso \u00e8 azzeccato nella sostanza, si autosqualifica per un difetto essenziale, quello di un <strong>tono monocorde<\/strong>. Chiss\u00e0 perch\u00e9 si pensa di avere risolto il problema di una spiegazione del Vangelo quando ne abbiamo identificato i contenuti. A quel punto, invece, abbiamo il bisogno di passare alla fase non meno importante dell\u2019attenzione alla modalit\u00e0 espressiva, della cura della <strong>\u201cmusica\u201d <\/strong>delle parole, perch\u00e9 di fatto \u00e8 la cosa che pi\u00f9 direttamente influisce sull\u2019ascolto. La parola udita, prima di essere senso, \u00e8 <strong>suono<\/strong>. Certi preti sono cos\u00ec negligenti sulla musica delle proprie parole, sono cos\u00ec concentrati sul significato, e cos\u00ec piatti sul livello sonoro, da divenire prepotentemente, implacabilmente soporiferi. \u00c8 anche questo un ministero, quello del riposo.<\/p>\n<p>Abbiamo finito? No, certo che no. C\u2019\u00e8 tanto altro di cui intristirsi. Ma a ben vedere questi sono, tutto sommato, <u>difetti umani che si riflettono nel linguaggio<\/u>.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 dire ci\u00f2? Perch\u00e9 in modo costante mi trovo di fronte a responsabili ecclesiali di vario livello che venendo a sapere del felice impatto che l\u2019esperienza sui 10 comandamenti ha sulla gente, mi chiedono aiuto, ma fondamentalmente mirano ad uno specifico risultato: <strong>avere gli schemi<\/strong>.<br \/>\nE io mi lancio ogni volta nella difficile esplicazione dell\u2019inutilit\u00e0 di tale richiesta. Riuscir\u00f2 a spiegarmi questa volta? Mah\u2026<\/p>\n<p>Ci riprovo per l\u2019ennesima volta e faccio l\u2019esempio che di solito uso: si cerca uno schema funzionante, un\u2019idea che impatti, e si tenta di trovare una formula nuova ed efficace, una ricetta che possa alzare il livello della cucina. Come si cerca lo spartito di una musica che sia pi\u00f9 gradevole, pi\u00f9 bella, pi\u00f9 geniale.<\/p>\n<p>E allora? Mettiamo che io tiri fuori lo spartito della Settima sinfonia di Beethoven. La musica, lo spartito, lo schema \u00e8 straordinario. Ma chi lo suoner\u00e0? Se a quel punto prendo il flauto dolce e ci suono la Settima di Beethoven, sar\u00e0 un\u2019esecuzione allappante e ridicola.<\/p>\n<p><strong>Tutti cercano gli spartiti, ma in realt\u00e0 il problema sono gli esecutori<\/strong>. Anzi, corriamo il rischio di giudicare orribile la Settima di Beethoven, mentre orribile \u00e8 solo l\u2019esecuzione.<\/p>\n<p>Si cercano contenuti, e a me sembra che la nostra bellissima fede ce ne dia a bizzeffe. 10 comandamenti? Per ora si pu\u00f2 fare questo, ma forse fra un po&#8217; si deve fare altro. Qualunque argomento pu\u00f2 essere reso in modo vitale. Se Pollini suona l\u2019orribile inno di Mameli, te lo fa sembrare bello.<\/p>\n<p>Allora cortocircuitiamo con quanto detto sopra: difetti umani. Qui non si tratta di avere nuove idee ma <strong>un tratto predicatorio diverso<\/strong>.<\/p>\n<p>Cosa ce lo pu\u00f2 fornire? \u00c8 chiaro che abbiamo bisogno di lavorare profondamente a livello della <strong>formazione<\/strong>, dove si apprende lo stile. Ma quali possono essere i principi cardine?<\/p>\n<p>Discutiamone; io propongo le mie povere intuizioni in materia, ma se non spostiamo l\u2019argomento su questo livello, restiamo sempre al palo.<\/p>\n<p>Offro il poco che io ho capito e che forse pu\u00f2 essere utile.<\/p>\n<p>Quale linguaggio pu\u00f2 farci uscire dallo stato di stallo? Dobbiamo chiederci se disponiamo di un linguaggio pi\u00f9 adatto alla presente generazione che \u00e8 quella del post-concilio e dell\u2019era post-moderna. Va detto che fra le tante note caratteristiche di questo popolo dell\u2019oggi, una non trova, a mio avviso sufficiente evidenza: siamo di fronte alla prima generazione <strong>alfabetizzata<\/strong> della storia. <\/p>\n<p>Si trovano ancora nei nostri monasteri di clausura delle anziane religiose che leggono a fatica. Ma la generazione presente, fatto assolutamente nuovo, \u00e8 certamente in grado di leggere e scrivere. E ha un nuovo modo di ascoltare, anche perch\u00e9 la nuova religione, che \u00e8 la scienza, panacea di ogni problema umano, rende gli ascoltatori critici come mai verso l\u2019argomento religioso.<\/p>\n<p>E che linguaggio possiamo proporre? Vediamo: quali linguaggi ha la Chiesa? Meglio ancora: quali linguaggi sono messi a disposizione della Chiesa dalla Rivelazione? Voglio introdurre la tematica dei <strong>tre linguaggi della Rivelazione<\/strong>.<\/p>\n<p>L\u2019A.T. dispone, a grandi linee, delle celeberrime tre parti: Legge, profeti e scritti. Nella legge abbiamo il linguaggio apodittico o casistico ma comunque <strong>nomistico<\/strong>, definitivo, imperativo. La norma \u00e8 uno slogan, una formulazione secca che o la si accetta o la si rifiuta, la sua forza \u00e8 nell\u2019autorit\u00e0 dell\u2019emittente, Iddio stesso.<\/p>\n<p>Nei profeti abbiamo l\u2019esortazione, l\u2019applicazione al quotidiano dello slogan della legge. I profeti ricordano i doveri dell\u2019alleanza al popolo. Il linguaggio profetico \u00e8 eminentemente<strong> morale<\/strong>, il carattere \u00e8 quello dello sprone alla coerenza con la legge. La cogenza del linguaggio profetico \u00e8 la condizione di popolo dell\u2019alleanza. La congruenza etica \u00e8 la potenza di questo linguaggio.<\/p>\n<p>Negli scritti compare un altro linguaggio, quello <strong>sapienziale<\/strong>, esplicativo, educativo. \u00c8 il linguaggio paterno, educativo, che spesso basa sulla logica e sulla constatazione del reale la sua forza di convincimento. Senza sfociare nel filosofico, il linguaggio sapienziale non comunica regole, non impone doveri ma motiva, spiega, rende semplicemente accettabile il richiamo della legge, che risulta luminoso, opportuno, utile, produttore di felicit\u00e0.<\/p>\n<p>Il N.T. non presenta, sorprendentemente, un cambio di linguaggi ma una semplice traslazione di occasioni. Lo slogan della legge diventa la formulazione del <strong>linguaggio kerigmatico<\/strong>, che \u00e8 la ripetizione di formule che pian piano divengono stereotipate, e racchiudono come seme tutto lo sviluppo della fede. Sono enunciazioni che rinveniamo sparse fra i racconti della resurrezione, le lettere paoline, soprattutto gli Atti degli Apostoli. Brevi locuzioni, nette, pregnanti. Chiedono l\u2019assenso, pongono davanti alla scelta di aprirsi o meno.<\/p>\n<p>L\u2019esortazione profetica, a sua volta, diviene il linguaggio parenetico tipico del richiamo paolino, ma anche di altri scritti. Questo \u00e8 il linguaggio etico, della esortazione alla coerenza con la fede nell\u2019agire, a vivere secondo l\u2019uomo nuovo.<\/p>\n<p>E quale \u00e8 il linguaggio che sta fra le due fasi, quello che copre lo spazio fra l\u2019apertura alla fede e la fede ricevuta in pieno, ormai da praticare? Quello che nell\u2019A.T. \u00e8 il linguaggio sapienziale, diviene nel N.T. il <strong>linguaggio didascalico<\/strong>. Il discorso fatto alla ragione perch\u00e9 assimili il kerigma, lo possieda, lo arrivi ad incarnare; le istruzioni per l\u2019uso e l\u2019appropriamento dell\u2019evento salvifico. La parola che istruisce, ammaestra, spiega, rende masticabile e digeribile la salvezza cristiana.<\/p>\n<p>Una nota storica: da Trento in poi, fino al Vaticano II, avevamo solo ed unicamente il linguaggio morale parenetico, che spesso diveniva moralista, ma che, in una societ\u00e0 fondamentalmente gi\u00e0 convinta di cristianesimo, esortava alla coerenza.<\/p>\n<p>Grande riscoperta pratica del tempo del Concilio \u00e8 la riproposizione, dopo secoli di assenza, del linguaggio kerigmatico, sotto l\u2019influsso di due spinte: l\u2019aver rimesso al centro della teologia il mistero pasquale e la prassi, non ininfluente, dei movimenti, tendenzialmente molto kerigmatici.<\/p>\n<p>Il kerigma, in se per se, \u00e8 formulazione univoca ed inequivocabile, ma il suo rischio \u00e8 un uso che ne dimentichi la natura di \u201cseme\u201d, di punto di partenza. Non si mangia un seme, ma da un seme si deve partire per poter arrivare a mangiare un frutto. Il seme va coltivato, assecondato nei suoi tempi di maturazione, e per quanto sia vero che un seme contiene un albero, \u00e8 altres\u00ec vero che un seme non \u00e8 un albero. Perch\u00e9 dire ci\u00f2? Perch\u00e9 la fase kerigmatica deve essere preludio ad una fase didascalica, altrimenti parliamo di vera e propria sterilit\u00e0, paradossalmente, per abbondanza di semente.<\/p>\n<p>Siamo di fronte ad una sovrabbondanza di annunci kerigmatici a motivo di un tutt\u2019altro che disprezzabile sforzo predicatorio messo in atto da movimenti, iniziative delle diocesi, missioni giovanili e simili, cui dovrebbero corrispondere altrettante iniziative didascalico-formative. Invece si salta spesso dal kerigma alla parenesi, al volontariato, al frutto senza fusto e corteccia, direttamente senza passare dal \u2018via\u2019\u2026<\/p>\n<p>Cosa \u00e8 una mentalit\u00e0 didascalica? Cosa \u00e8 un\u2019intelligenza formativa? Quali sono le caratteristiche di un\u2019efficace operazione di autentica iniziazione? Mi sembra che questo sia il vero dito nella piaga della pastorale. Siamo tutto sommato capaci di esporre come la Parrocchia debba essere, ma non sappiamo cose si fa per portarla ad essere come la prospettiamo.<br \/>\nE continuiamo ad affastellare documenti sull\u2019immagine della parrocchia, sul tipo di configurazione collaborativa fra pastori e corresponsabili della pastorale, in una sorta di neo-hegelismo ecclesiale: ci \u00e8 chiaro come si dovrebbe essere, ma in genere non si sa come arrivarci.<\/p>\n<p>E allora il linguaggio della stragrande maggioranza dei predicatori resta parenetico, esortativo, tutto sulla coerenza, tutto sul bene da fare.  E gli ascoltatori chiudono l\u2019audio.<\/p>\n<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-<\/p>\n<p>Quali sono le caratteristiche di una comunicazione virtuosa, efficace? Cominciamo col controbilanciare i difetti gi\u00e0 esposti: \u00e8 anzitutto urgente <strong>non presupporre la fede in chi ascolta<\/strong>. Questo facilita il linguaggio didascalico, perch\u00e9 parlare pensando di aver davanti persone che non possiedono le categorie religiose ci aiuta a sdoganare naturalmente il linguaggio da una fase assiomatica ad una zona di traduzione, per cos\u00ec dire, dei concetti.<\/p>\n<p>A tal proposito va ricordato che le forme del linguaggio umano sono fondamentalmente tre: i linguaggi di tipo <strong>univoco, equivoco ed analogico<\/strong>. <\/p>\n<p><strong>Univoco<\/strong> \u00e8 il linguaggio, ad esempio, scientifico, che per una convenzione prestabilita usa i termini in modo coerente con detta convenzione, e qui ci imparentiamo con le espressioni nomistiche prima, e kerigmatiche poi, univoche, assiomatiche, apodittiche. Va detto a tal proposito che i nuovi linguaggi intra-ecclesiali, quelli che si vanno creando in certi contesti come inconsapevoli convenzioni linguistiche, diventano facilmente le gabbie in cui questi gruppi dal linguaggio stereotipato e riconoscibile si chiudono involontariamente, e spiegano l\u2019attuale incontrovertibile crisi di nuove adesioni nei movimenti. Il linguaggio interno, dopo aver avuto il felice impatto della novit\u00e0, diviene invece carcere comunicativo, dove la Parola viene ingabbiata dalla parola, quest\u2019ultima essendo stata un tempo felice analogia, ora fungendo da struttura di sicurezza del predicatore inesperto o poco riflessivo, nello stesso tempo fungendo da barriera impenetrabile. Sia detto che comunque questo \u00e8 un difetto diffusissimo, laddove si stabiliscano convenzioni linguistiche da appartenenza, fatto, questo, quasi impossibile da evitare se l\u2019appartenenza \u00e8 percepita come vitale, salvifica. Il linguaggio per\u00f2 non pu\u00f2 essere sovradimensionato a totem intoccabile, dove non si possa riformulare quanto esposto, perch\u00e9 si passa dal presupporre la fede a presupporre addirittura uno specifico linguaggio della fede. Siamo al paradosso.<\/p>\n<p>In sostanza: il linguaggio univoco, convenzionato, che sia quello accademico, o teologico, o di appartenenza si dimostra facilmente come fallimentare.<\/p>\n<p>Breve trattazione richiede il linguaggio <strong>equivoco<\/strong>, essendo questo artifizio di tipo artistico o comico. \u00c8 infatti il linguaggio poetico, oppure ironico, quello che varca le regole della logica per darci il paradosso, l`\u201coltre\u201d della lingua, oppure la comicit\u00e0. Questo \u00e8 un linguaggio ingiustamente disprezzato dagli anziani predicatori, e spesso usato male dai giovani. Gli anziani erano troppo inchiodati al \u201cdignitoso\u201d per passare per l\u2019assurdo e il comico; i giovani spesso dimenticano che un paradosso o un elemento ironico devono, per definizione essere nuovi, freschi, altrimenti diventano essi stessi convenzione noiosa. <\/p>\n<p>Ma il linguaggio principe di ogni comunicazione valida \u00e8, e non pu\u00f2 che essere, il linguaggio <strong>analogico<\/strong>. Questo \u00e8 il linguaggio pi\u00f9 efficace per definizione. La forza di un annuncio \u00e8 nelle analogie impiegate. Si capisce meglio un esempio indovinato che un intero discorso coerente e logico ma privo di analogie. Se la nostra emergenza \u00e8 lo sdoganamento dei contenuti della fede dal linguaggio religioso alla accessibilit\u00e0 per un uditorio post-religioso quale il nostro, la condizione obbligata \u00e8 il linguaggio analogico.<\/p>\n<p>\u00c8 la scelta degli esempi che convoglia l\u2019attenzione all\u2019uditorio. Se l\u2019esempio tocca l\u2019ordinario o il vissuto storico dell\u2019ascoltatore, quest\u2019ultimo balza dentro le mie parole, si sente capito e mi vuole capire, perch\u00e9 in un istante gli sono diventato intimo, coinvolgendolo con un esempio in cui lui si muove bene.<\/p>\n<p>Tutto il mio intervento sarebbe a buon fine se solo questa idea passasse: quando si comunica, met\u00e0 del valore della comunicazione sta negli esempi impiegati, che non vanno solo preparati. L\u2019esempio pi\u00f9 efficace \u00e8 quello che la presenza, il magnetismo dell\u2019uditorio stesso provoca in chi annunzia la Parola.<\/p>\n<p>Come salvarsi dalle comunicazioni moraliste di vario stampo? Dobbiamo ricordare che il moralismo, questo senso latente di esigenza che preme sull\u2019ascoltatore, deriva buona parte delle sue polveri da una sopravvalutazione della volont\u00e0. L\u2019imperativo categorico kantiano perde ogni partita contro un altro elemento pure tanto fedele alla nostra tradizione cristiana: il desiderio. <\/p>\n<p>Quanto predico posso presentarlo come giusto o come bello. Il bello avr\u00e0 la meglio in ogni caso. Allora il tema patristico del \u2018fascinans\u2019 torna quanto mai proficuo in un mondo narcisista ed estetizzante come il nostro. Mi preme quindi di trovare meno la doverosit\u00e0 di quanto predico e molto di pi\u00f9 la <strong>bellezza<\/strong> di quanto propongo. Proporre una scalata di una montagna per imparare l\u2019abnegazione del sacrificio fisico ha pessimo gioco se confrontato col proporre la scalata della stessa montagna per il gusto dell\u2019avventura, per la bellezza del paesaggio, per l\u2019obbiettivo di arrivare alla meta e via dicendo. Quante volte l\u2019annuncio si snoda verso un terreno molto pi\u00f9 interessante quando semplicemente si introducono domande: ma perch\u00e9 fare questo? Cosa c`\u00e8 di bello in questo? A cosa mi pu\u00f2 servire? Questa, eminentemente, \u00e8 tecnica sapienziale-didascalica.<\/p>\n<p>Alla fin fine possiamo dividere i vari difetti della predicazione nei due poli della comunicazione, il predicatore e l\u2019ascoltatore, e identificare teologismo astratto, fissit\u00e0 da slogan catechetico o da mancanza di creativit\u00e0 e tono monocorde come polarizzazioni eccessive sul predicatore il quale difetta nel varcare la soglia della propria autocomprensione, e disattende ogni realt\u00e0 che non sia il contenuto che vuole comunicare. Questo contenuto \u00e8 il suo assoluto, e, ahim\u00e9, in un modo o in un altro vive in uno sterile autismo comunicativo.<\/p>\n<p>Dall\u2019altra parte, moralismo di qualsivoglia guisa e sentimentalismo sono avventure predicatorie tutte disegnate sull\u2019ascoltatore che \u00e8 ora sottoposto ad esigenza schiacciante, ora strumentalizzato dalla melassa sentimentale.<\/p>\n<p>Questi difetti comunicativi possono essere risolti da un linguaggio didascalico che si snodi per analogie, ma vorrei fornire due ulteriori elementi costruttivi per questo scopo.<br \/>\n\u00c8 assolutamente urgente imparare ed insegnare, o perlomeno portare alla coscienza formativa, il fattore della <strong>musica delle parole usate<\/strong>. <\/p>\n<p>Per insegnare ad alcuni collaboratori a cambiare musica alcune volte li ho traumatizzati costringendoli a riascoltare una registrazione di una propria predicazione. Io stesso, se mi riascolto, mi trovo inascoltabile, ed \u00e8 una piccola sofferenza a cui ogni tanto mi sottopongo per avere ben presente i miei difetti comunicativi, le mie lentezze, le mie ingenuit\u00e0, le mie esagerazioni, le mancanze di mordente, i toni mosci e quant\u2019altro. In questo senso bisogna pervenire ad una sorta di <strong>comunicazione uditiva<\/strong>, ove il primo ricettore della predicazione \u00e8 proprio il predicatore.<\/p>\n<p>Questo essere seduti davanti a se stessi ad ascoltarsi, questo dire le cose come vorremmo sentircele dire ci pu\u00f2 insegnare un ulteriore livello qualitativo, quello in cui la comunicazione non \u00e8 del tutto predeterminata ma definita, nella sua realizzazione concreta, dall\u2019olfatto dell\u2019assemblea, una sorta di fiuto che permette di capire chi si ha davanti e cosa possa recepire.<br \/>\nIn tal senso, ben inteso, l\u2019uditore non pu\u00f2 determinare il <strong>contenuto<\/strong>, altrimenti l\u2019oratore \u00e9 un comunicatore subdolo, ipocrita o senza personalit\u00e0, ma <strong>l\u2019uditore deve determinare la forma della comunicazione<\/strong>, almeno in parte. Di certo la musica delle mie parole la devo saper mutare secondo il contesto.<\/p>\n<p>E arriviamo all\u2019ultimo elemento: noi comunichiamo sempre attraverso <strong>generi letterari<\/strong>. Voglio ricordare una legge della lettura dei testi che diventa proficua coordinata comunicativa al momento di emettere un testo, anche solo parlato: nei testi <strong>il contenuto si rinviene costantemente nella rottura del genere letterari<\/strong>o. Mi spiego, e forse non \u00e8 azione necessaria per chi ha avuto lo stomaco di ascoltarmi finora: ogni comunicazione ha il suo latente genere letterario di riferimento. Se io parlassi rispettando seccamente, pedissequamente, il genere letterario, la mia comunicazione risulterebbe la pi\u00f9 noiosa possibile. Infatti i generi letterari sono schemi inconsapevoli che noi usiamo nella comunicazione come strutture prefabbricate atte a fornire uno schema, uno scheletro alle nostre articolazioni comunicative. Ma se vengono rispettati del tutto, essendo convenzioni comuni, sono assolutamente prevedibili. <\/p>\n<p>Quando analizzo un racconto di miracolo, ad esempio, cerco la violazione dello schema, l\u2019imprevedibile del testo, l\u2019elemento fuori genere, perch\u00e9 \u00e8 proprio li che risiede la comunicazione.<br \/>\nAllora \u00e8 quanto mai efficace divenire gestori consapevoli di cotanta legge della trasmissione del senso: la rottura del genere letterario \u00e8 necessaria alla comunicazione, la rottura dello schema permette l\u2019ascolto. Si deve sempre dire, paradossalmente, il contrario di quanto si dice, ossia: devo usare uno schema che faccia da sfondo di contrasto a quanto voglio dire.<\/p>\n<p>Non dimentichiamo che il Signore Ges\u00f9 si \u00e8 incarnato in una cultura semitica, e di questa cultura ha assunto una caratteristica, e l\u2019ha sposata forse come nessuno: il linguaggio paradossale. Impossibile leggere i Vangeli se non si \u00e8 disposti ad affrontare i paradossi. Quando si leggono i Vangeli, fra le molte cose a cui si pu\u00f2 essere portati, di certo si \u00e8 portati a pensare. Tocca restarci con la testa su. Ges\u00f9, per quello che ci resta della sua comunicazione, ci costringe ad ascoltarlo. Era un maestro. Un did\u00e0scalo. E parlava in parabole, ossia con analogie. E rompeva gli schemi comunicativi. Questo \u00e8 saper parlare!<\/p>\n<p>Don Fabio Rosini<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Mi si chiede di trattare l\u2019argomento dell\u2019attuale stato del linguaggio della comunicazione della fede. Credo sia opportuno partire da una constatazione: questo linguaggio sembra essere in molti casi fallimentare, inefficace, non attraente. 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