Sette lezioni di Papa Francesco per comunicare la fede

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Fin dal giorno della sua elezione, il 13 marzo 2013, papa Francesco è andato conquistandosi la fiducia della gente, attirando l’attenzione anche di coloro che nel mondo hanno responsabilità riguardo ai problemi della povertà, dell’immigrazione, o degli esclusi. Francesco ha recuperato l’autorità degli anni migliori di Giovanni Paolo II – quando difendeva la libertà di fronte al comunismo – e di Benedetto XVI – quando separava la religione dalla violenza -. Ha restituito a molti il sano orgoglio di sentirsi cattolici e sta attraendo persone fino ad ora lontane dalla Chiesa. Un fenomeno che alcuni hanno chiamato “effetto Francesco”, e che si manifesta in un cambiamento favorevole della opinione pubblica.

Si tratta di un effetto che ha una duplice causa: l’influenza del papa forse non sarebbe stata possibile senza la rinuncia di Benedetto, un atto di umiltà di grandezza enorme. Nel febbraio 2013, quando avvenne la sua rinuncia, la Chiesa fronteggiava da anni gravi problemi, soprattutto per la crisi legata alla pedofilia, devastante per i danni personali, per cui un solo caso è troppo. Ma c’è stata anche un’altra conseguenza: ha tolto credibilità alla Chiesa, poiché alcuni hanno pensato: la Chiesa non pratica quello che predica, non mi interessa quello che dice.

Nel tempo trascorso dalla sua elezione, l’ambiente è cambiato. È stata svoltata una pagina e si guarda alla Chiesa come a un punto di riferimento. Oltre all’assistenza dello Spirito Santo, come è avvenuto questo cambiamento? Cosa sta facendo il papa? Cosa possiamo imparare da lui nel momento di comunicare la fede? Dai suoi gesti e dalla sue parole si possono proporre sette lezioni di comunicazione.

1. UNA CHIESA IN USCITA

È una delle espressioni più ripetute da papa Francesco fin dai primi giorni. È solito dire che preferisce “una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze” (Evangelii Gaudium, 49) o una Chiesa che rimane ad aspettare che i fedeli vadano da lei. Oggi non si tratta, come nella parabola evangelica, di andare a cercare la pecora smarrita mentre le altre 99 aspettano nell’ovile. Dice il papa: “Noi ne abbiamo una, sono le 99 che ci mancano! Dobbiamo uscire, dobbiamo andare a cercarle” (Catechesi del 17 giugno 2013).

Per Francesco la Chiesa non è un magazzino dove si offre un prodotto che il pubblico viene a prendere, ma un insieme di persone che va incontro agli altri con una buona notizia da comunicare. Il papa propone una nuova cultura dell’incontro. Le istituzioni cattoliche e ciascuno dei credenti devono essere persone in uscita, che non si chiudono nelle loro credenze e convinzioni, che non si circondano solo di chi la pensa allo stesso modo, ma che vanno incontro, si espongono alle intemperie.

Giovanni Paolo II diceva che la fede matura quando si comunica. Nello stesso modo, i cattolici maturano quando si sottopongono al confronto del dialogo con coloro che non hanno ricevuto il dono della fede. Questo gli educatori lo sanno molto bene: si è veramente imparato qualche cosa quando si è capaci di spiegarlo.

L’uscita che Francesco desidera per la Chiesa ha come meta preferenziale le periferie. Cioè il papa propone un’uscita senza limitazioni, che arrivi alle persone più lontane, quelle che apparentemente possono capire meno il messaggio. Conferma così uno dei tratti caratteristici della Chiesa: l’universalità. Rodney Stark diceva che nel corso della storia la Chiesa ha mantenuto la sua capacità di evangelizzare quando ha conservato la sua capacità di entrare in relazione con estranei: barbari, pagani, atei. Nello stesso modo, ha perso questa capacità quando si è rinchiusa in ghetti.

Questo atteggiamento di uscita ha molto a che fare con la comunicazione. Chi vuole comunicare non si comporta passivamente, in modo difensivo o di reazione. Prende l’iniziativa, si fa conoscere, espone il suo discorso. La Chiesa in uscita è una Chiesa disposta a comunicare.

2. TORNARE ALL’ESSENZIALE DEL MESSAGGIO

Cercando i motivi per cui si parla della Chiesa nei mezzi di comunicazione negli ultimi decenni, troveremmo alcune questioni ricorrenti come l’omosessualità, i preservativi, la comunione ai divorziati, l’ordinazione delle donne, il celibato sacerdotale … e simili altre cose. Temi che hanno fatto sì che la Chiesa sia soprattutto un argomento di dibattito o di polemica. Potremmo dire che spesso l’annuncio della fede è stato influenzato da discussioni in cui spesso si mescolano questioni religiose, ideologiche, e anche politiche. Molte volte, inoltre, il tono di queste discussioni è negativo, difensivo o riduttivo.

Paradossalmente, gli argomenti menzionati, per quanto importanti, non fanno parte degli articoli del Credo, né sono nominati tra le beatitudini. Detto in altre parole, non sono comuni le conversioni al cattolicesimo per quello che la Chiesa dice dei preservativi o del celibato.

Si capisce perché Francesco, nella Evangelii Gaudium, abbia ricordato che l’annuncio cristiano deve concentrarsi su “l’essenziale, che è la cosa più bella, più grande, più attraente, e, nello stesso tempo, la più necessaria”. Facendo un nome: Gesù Cristo, nostro Salvatore. Non si comincia a essere cristiani per una grande idea, né come conseguenza di una discussione. Benedetto XVI ricordava spesso che i cattolici non seguono una dottrina, né una morale, ma Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, l’amore della loro vita, che li redime, li libera, e li rende felici. A partire da Cristo, un po’ alla volta, si arriva a comprendere il dogma e a vivere la morale, però in quest’ordine, dal più al meno, in modo positivo, con pazienza.

Questo probabilmente si può applicare ai cattolici comuni: nelle conversazioni sulla fede, possiamo chiederci quanto tempo occupano gli aspetti polemici e quanto i temi essenziali. È necessario mostrare la bellezza e l’attrattiva dell’essenziale. Aspirare a che si verifichi una prima conversione, anche se restino molte cose da chiarire. Questo è l’unico modo per passare da un atteggiamento di resistenza a un atteggiamento di influenza. Nel campo della comunicazione, questo principio di tornare all’essenziale e lasciar perdere le discussioni equivale a mettere a fuoco la presentazione del messaggio, e anche a recuperare la serenità nel tono delle conversazioni. Come ha detto Austen Ivereigh: nelle discussioni su questi argomenti c’è bisogno di più luce e di meno calore (more light, less heat).

3. UNA CHIESA DI POVERI E PER I POVERI

Tra i temi fondamentali a cui è essenziale tornare, Francesco ricorda più volte la priorità dell’attenzione ai più bisognosi, ai quali Cristo si rivolge in modo speciale, e che bisogna aiutare anche materialmente. Ha messo sotto i riflettori una priorità che è evangelica. È un modo radicale di smettere di discutere di temi secondari e dedicarsi fattivamente a quello di cui Gesù Cristo ha incaricato i suoi discepoli.

Si è detto prima che i problemi di pedofilia hanno danneggiato gravemente la credibilità della Chiesa. Di conseguenza, per ottenere che la proposta cristiana sia accettata, è necessario recuperare la credibilità, che è condizione della comunicazione: se non si crede a chi comunica, non si crede nemmeno a quello che dice, qualunque cosa dica. L’insistenza di Francesco verso i più bisognosi può essere un buon modo di ristabilire la credibilità. Nel dedicarsi ai poveri, i cattolici dimostrano rettitudine, disinteresse, generosità. Esiste una relazione tra la purezza e la povertà.

Il mandato evangelico è sufficiente per stabilire questa priorità, non c’è bisogno di altri motivi. È una cosa buona di per sé. È una cosa buona per le persone che vengono aiutate. Ma la preoccupazione per i più bisognosi ha molteplici effetti positivi, anche per quanti promuovono questa attenzione. Come ha scritto Stefan Zweig “la visione del dolore altrui risveglia uno sguardo più penetrante e saggio”.

Chi pratica la misericordia diventa misericordioso. Con questa insistenza sui più bisognosi, Francesco sta facendo sì che noi cattolici diventiamo più misericordiosi. Paolo VI, in un famoso discorso dopo il Concilio Vaticano II, diceva che vedeva la Chiesa come “servitrice del mondo”. Non come giudice o polizia del mondo. Servitrice, mestiere con una grande forza evocativa. Forse dobbiamo approfondire questa autoconsapevolezza.

Insomma, con questo orientamento verso i poveri, Francesco promuove azioni che sono buone in se stesse, aiuta i cattolici a recuperare credibilità nella loro comunicazione e a convertire il loro cuore.

4. UN LINGUAGGIO TRASPARENTE

Il papa ha stabilito una nuova lista di priorità. E sta impiegando uno stile e un linguaggio differenti. Sono molte le espressioni che Francesco ha usato e che hanno spezzato degli schemi: per esempio si è riferito alle “15 malattie” della Curia romana; ha spronato i politici europei a evitare che “il Mediterraneo si trasformi nel cimitero dell’Europa”; in Messico ha inventato la “affettoterapia”.

Il papa è solito rivolgersi una volta all’anno a tutta la Curia, per fare gli auguri per il Natale e il nuovo anno. Nel messaggio del 2014 raccomandava l’autoironia e il buon umore. E consigliava di pregare una orazione di san Tommaso Moro: «Dammi, o Signore, una buona digestione e anche qualcosa da digerire; dammi la salute del corpo e il buon umore necessario per mantenerla. Dammi un’anima che non conosca la noia, i sospiri e i lamenti. Non permettere che mi preoccupi troppo per quella cosa così invadente che si chiama “io”» .

Benedetto XVI era solito dire che il vocabolario cristiano è pieno di parole di grande profondità, di grande valore storico, che sono passate nel linguaggio comune, ma il cui vero significato è ignoto a molte persone. Si riferiva al termine “tabernacolo”, ma possiamo dire lo stesso di calvario, trinità, eucaristia. I cattolici le usano, ma pochi le capiscono. Si è verificata una grande perdita di memoria collettiva.

Molte persone conoscono vagamente queste parole e credono di conoscerne davvero il significato. Cioè, molti non sanno di non sapere, non c’è domanda. Per questo, Benedetto XVI concludeva che la nostra missione è quella di “creare una nuova curiosità”, provocare la domanda. E questo comporta una grande trasparenza di linguaggio. Nel parlare dell’esperienza cristiana dobbiamo cercare parole semplici e chiare; conviene che usiamo parole nostre, che parliamo dal cuore, senza limitarci a ripetere quello che altri hanno pensato. Dobbiamo abbandonare i luoghi comuni. Questo linguaggio semplice nasce quando si verificano determinate disposizioni personali: trasparenza, semplicità, sincerità, umiltà, che si esprimono anche attraverso le parole.

Prima parlavamo di tornare all’essenziale dell’annuncio. Adesso bisognerebbe aggiungere: tornare all’essenziale nei comportamenti. Atteggiamenti cristiani fondamentali, che a volte sembrano addormentati in un sonno magico, per il disuso. Linguaggio chiaro, gesti semplici, sono condizioni di ogni buona comunicazione, anche della comunicazione della fede.

5. VEDERE L’EVANGELIZZAZIONE DALLA PARTE DELLA MISSIONE

Il papa vincola l’azione evangelizzatrice ai problemi della Chiesa e del mondo: gli immigranti, le guerre, il conflitto palestinese, la crisi ecologica, i cristiani perseguitati, la situazione di Cuba. Questi riferimenti ci ricordano che non conviene vedere la comunicazione della fede solo dal punto di vista individuale, soggettivo, né vedere l’esperienza cristiana solo nello sforzo di superamento personale.

Un atteggiamento soggettivista può portarci al volontarismo, può farci diventare autoreferenziali. E alla fine ci può stancare, perché i nostri difetti sono stancanti. Il papa invita a vedere le cose dal punto di vista di Dio misericordioso, che è colui che anticipa, che fa il primo passo, che converte i cuori. E anche dal punto di vista dell’altro. Soprattutto dal punto di vista della persona che ha bisogno del nostro aiuto, materiale o spirituale, che è la cosa che motiva di più, quello che smuove la comodità, la pigrizia, i rispetti umani.

È molto più motivante lo sforzo per costruire un mondo migliore, che lo sforzo per diventare una persona migliore. Vedere la comunicazione dalla parte dell’altro ha altre conseguenze. Se si vuole proporre a qualcuno di diventare un cristiano in uscita, bisogna contagiargli l’entusiasmo per il progetto, per la missione appassionante della Chiesa. E si entusiasmerà per i fini, non per i mezzi; per la meta, non per lo sforzo.

Questa idea è stata espressa in molti modi. Ricordiamo la metafora del dito e della luna: quando qualcuno indica la luna, possiamo guardare verso il cielo, o possiamo fissare il dito. Nella stessa linea si colloca una metafora di Saint Exupery. Diceva: se vuoi che un giovane diventi un grande navigatore, non devi insegnargli la tecnica per costruire navi, ma contagiargli l’amore per il mare. Si usa dire che la comunicazione non è quello che viene detto, ma quello che viene capito. Che la comunicazione deve trasmettere qualcosa di importante per colui che ascolta, non per colui che parla. Questo avviene quando si vede la comunicazione dalla parte della missione, come ci incoraggia a fare Francesco.

6. COERENZA

Si è detto che il papa usa un linguaggio diverso. Però prima di tutto vediamo che prende decisioni e le mette in pratica. Francesco prima fa e poi dice. Lo vediamo usare una macchina poco appariscente, abbracciare un malato di aspetto ripugnante, portare la sua valigetta sull’aereo; si ascoltano le sue parole, si vedono i suoi comportamenti, e si constata che coincidono.

C’è un famoso libro di comunicazione che si intitola: “Tu sei il messaggio”. E un autore afferma: quello che fai grida talmente, che non riesco ad ascoltare quello che dici. In altre parole: la coerenza tra l’essere, il fare e il parlare è un requisito essenziale nella comunicazione. Per questo chi vuole comunicare la fede deve essere, lui stesso, più amabile, socievole, dialogante, misericordioso o servizievole. Così dovrebbero essere conosciuti nel mondo i cristiani: come quelli che meglio sanno ascoltare, comprendere, conversare.

Questa idea ha un’altra applicazione: il miglior modo di trasmettere l’esperienza cristiana è condividerla, incoraggiare le persone a viverla. Confucio, in una espressione di saggezza antica, afferma: «L’ho sentito e l’ho dimenticato, l’ho visto e l’ho capito, lo ho vissuto e l’ho imparato».

Coerenza anche nel tempo. Ci sono persone che, con il passare degli anni, vanno guastandosi nel loro modo di vivere la fede: vanno raffreddandosi, disilludendosi, perdendo forza e gioia. E gli altri vedono e si fanno domande. Recentemente ho trovato delle parole che hanno attirato la mia attenzione: «Bisogna dedicare la vecchiaia a pregare, a sorridere, a dare gloria a Dio, a dare gioia agli altri, mantenendo la capacità di meravigliarsi e conservando la gioia di vivere». Sono idee che possono applicarsi alla vecchiaia, alla maturità e alla gioventù, a tutte le tappe della vita.

Vissuta in questo modo, la vocazione cristiana trasforma il passare del tempo non in un progressivo decadimento, ma in un cammino verso la pienezza. Quanti più anni passano, tanto più si è vicini a questa pienezza. Più il corpo si deteriora, più lo spirito matura. Questo si può applicare al corso della vita personale – decenni – e alla storia della Chiesa – secoli -. Da quanto più tempo è la Chiesa in un luogo, tanti più frutti reca. Questa coerenza nel tempo, questa maturità, questa pienezza, è quello che attrae, quello che comunica davvero.

7. CONTAGIARE LA GIOIA

Così il papa ha intitolato il suo documento programmatico: la gioia del Vangelo. In questo documento invita i cattolici a «una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia». I cristiani trasmettono il Vangelo « non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia», afferma al numero 14 di questo documento.

Queste parole ricordano una frase di Madre Teresa di Calcutta: «Forse non ci troveremo nella condizione di dare molto, ma sempre possiamo comunicare la gioia di un cuore che ama Dio». San Josemaría Escrivá raccontava che, nei primi tempi dell’Opus Dei, la gente diceva che i giovani che si avvicinavano a lui avevano fatto voto di allegria: così contenti li si vedeva.

Uno dei miei libri favoriti si intitola “Perché la gioia”. Vi si riportano delle famose e amare parole di Nietzsche: «(I cristiani) dovrebbero apparire più salvati, perché io possa credere nel loro Salvatore». Sono amare, ma è un altro modo per affermare quello che abbiamo detto in positivo.

Qualcuno ha detto che il cristianesimo si contagia per invidia. Le persone che si avvicinano alla Chiesa, vedendo la gioia dei cattolici, devono sentirsi toccati fino a dire: “voglio essere parte di questo”. Si tratta di una chiave molto importante di comunicazione della fede. I cattolici sperimentano Dio, toccano Dio, confidano in Dio e da questo nasce la gioia. Non sono ottimisti per via delle statistiche, per le loro personali virtù, né per le condizioni del mondo. La gioia nasce dalla consapevolezza di far parte di qualcosa più grande di loro.

Insomma, in accordo con queste lezioni di papa Francesco, come dovrebbe essere la Chiesa? Una comunità accogliente e gioiosa, che celebra la sua fede, che vive con austerità, che pratica la carità, che si preoccupa dei bisognosi, che ha un progetto appassionante, una visione positiva dell’uomo e del mondo che nasce dalla fede e dalla speranza.

(di Juan Manuel Mora, traduzione di Gigliola Puppi, 16 gennaio 2017) http://www.documentazione.info/sette-lezioni-di-papa-francesco-per-comunicare-la-fede

Comunicare la fede (Jutta Burggraf)

I – L’ambiente attuale

1. L’epoca del post-modernismo
Oggi abbiamo idoli a non finire; per esempio, la salute, il “culto del corpo”, la bellezza, il successo, il denaro o lo sport; idoli che acquistano, certe volte, i tratti di una nuova religione. Chesterton dice: “Quando non si crede più in Dio, non si può credere più a nulla; ma il problema più grave è che, allora, si può credere a qualsiasi cosa”.

In passato la vita era considerata un “work in progress”. Oggi, invece, è considerata come turismo: non c’è continuità, ma discontinuità; camminiamo senza avere una direzione fissa. Il motto di un motociclista lo esprime molto bene: “Non so dove vado, però voglio arrivare al più presto”. Nella letteratura si parla della “oscurità moderna”, del “caos attuale”.

“L’uomo moderno è uno zingaro”, è stato detto con ragione. Non ha casa: forse ha una casa per il corpo, ma non per l’anima. Si nota una mancanza di orientamento, una insicurezza e anche molta solitudine. Non c’è da stupirsi che si voglia trovare la felicità nel piacere immediato, o magari nell’applauso. Se uno non è amato, vuole essere almeno lodato.

Forse tutti ci siamo abituati a non pensare: almeno, a non pensare sino in fondo. Si tratta del cosiddetto pensiero debole. Viviamo in un’epoca nella quale disponiamo di mezzi sempre più perfetti, ma i fini sono assai incerti.

Nello stesso tempo possiamo scoprire una vera “sete di interiorità”, tanto nella letteratura come nell’arte, nella musica e anche nel cinema. Sempre più persone cercano un’esperienza di silenzio e di contemplazione; e sono delusi dal cristianesimo che, in molti ambienti, ha fama di non essere altro che una rigida “istituzione burocratica”, con precetti e castighi.

Altre persone fuggono dalla Chiesa per motivi opposti: la predicazione cristiana sembra loro troppo “superficiale”, molto “light”, senza fondamento e senza esigenze rigorose. Non cercano ciò che è “liberale”, ma tutto il contrario: cercano ciò che è “sicuro”. Vogliono che qualcuno dica loro con assoluta certezza qual è la via verso la salvezza, e che un altro pensi e decida per loro: ed ecco allora il grande mercato delle sette.

Viviamo in società multiculturali, nelle quali è possibile osservare contemporaneamente i fenomeni più contraddittori. Alcuni cercano di riassumere tutto quello che ci succede in un’unica parola: post-modernismo. Il termine indica che si tratta di una situazione di cambiamento: è un’epoca che viene “dopo” il modernismo e “prima” di una nuova era che ancora non conosciamo (gli adepti di New Age si sono appropriati del nome: secondo loro, già ci troveremmo in questa nuova epoca; a mio modo di vedere si tratta di un errore: essi sono semplicemente “post-moderni”).
Il post-modernismo è un’era limitata che indica il fallimento del modernismo. Lo si può paragonare al “dopoguerra”, il difficile periodo dopo una guerra, che è preparazione a qualcosa di nuovo. Lo si può paragonare anche al periodo “post-operatorio”, nel quale una persona è in convalescenza dopo una operazione, in attesa di riprendere la normale attività.

Sembra davvero di attraversare un cambiamento epocale: stiamo per entrare in una nuova tappa dell’umanità. E le novità richiedono un nuovo modo di esprimersi e di comportarsi.

2. L’atteggiamento davanti ai cambiamenti culturali.
Chi vuole influire nel presente deve amare il mondo nel quale vive. Non deve guardare al passato con nostalgia e rassegnazione, ma adottare un atteggiamento positivo verso il momento storico concreto: dovrebbe essere all’altezza dei nuovi avvenimenti, che segnano le sue gioie e le sue preoccupazioni e tutto il suo stile di vita. “In tutta la storia del mondo c’è un’unica ora importante ed è quella presente – dice Bonhoeffer -. Chi fugge dal presente, fugge dall’ora di Dio”.

Oggidì una persona percepisce i diversi avvenimenti del mondo in modo diverso dalle generazioni precedenti e reagisce anche affettivamente in altro modo. Per questa ragione, è tanto importante saper ascoltare. Un buon teologo legge sia la Scrittura che il giornale, qualche rivista o internet; dimostra vicinanza e simpatia verso il nostro mondo. E sa che proprio nelle menti e nei cuori degli uomini e delle donne che gli stanno attorno può trovare Dio in un modo molto più vivo che nelle teorie e nelle riflessioni.

I cambiamenti di mentalità invitano a esporre le proprie credenze in un modo diverso da quello precedente. A tal riguardo, uno scrittore commenta: “Non sono disposto a modificare le mie idee (di fondo) per quanto i tempi cambino molto. Però sono disposto a porre tutte le formulazioni esterne al livello dei miei tempi, per un semplice amore alle mie idee e ai miei fratelli, perché se parlo con un linguaggio morto o con una messa a fuoco superata, seppellirò le mie idee senza riuscire a comunicare con nessuno”.

II – La personalità di chi parla.

Per parlare di Dio, non basta tener conto dell’ambiente in cui stiamo; ancora più decisiva è la personalità di chi parla: infatti, quando parliamo, non solo comunichiamo qualcosa, ma prima di tutto esprimiamo noi stessi. Il linguaggio è uno “specchio del nostro spirito”.

Esiste anche un linguaggio non verbale, che sostituisce o accompagna le nostre parole. È il clima che creiamo attorno a noi, di solito attraverso cose molto piccole, come, per esempio, un sorriso cordiale o uno sguardo di stima. Quando in un corpo umano mancano gli oligo-elementi, anche se sono minimi, uno può ammalarsi gravemente e morire. In modo analogo possiamo parlare degli “oligo-elementi” in un determinato ambiente: sono quei dettagli, difficilmente dimostrabili e ancor meno esigibili, che fanno sì che l’altro si senta a suo agio, si sappia amato e apprezzato.

1. Essere e sembrare.
Ci conviene prendere sul serio alcune moderne teorie della comunicazione (che, in verità, esprimono verità lapalissiane). Queste teorie ci ricordano che una persona trasmette di più per quel che essa è, che non per quello che dice. Alcuni affermano addirittura che l’80 o 90% della nostra comunicazione avviene in forma non verbale.

Inoltre, trasmettiamo in modo cosciente soltanto una piccola parte dell’informazione e tutto il resto in modo inconscio: attraverso lo sguardo e l’espressione del viso, attraverso le mani e i gesti, la voce e tutto il linguaggio del corpo. Il corpo fa conoscere il nostro mondo interiore, “traduce” le emozioni e le aspirazioni, la gioia e la delusione, la generosità e l’angoscia, l’odio e la disperazione, l’amore, la supplica, la rassegnazione e la vittoria; e difficilmente inganna; Sant’Agostino parla di un “linguaggio per così dire naturale, comune a tutti i popoli”.

Gli altri percepiscono il messaggio nello stesso modo, soltanto in parte in modo cosciente, e si accorgono di molte cose inconsciamente.

Questo vuol dire che non è sufficiente sorridere e avere un’apparenza gradevole; se vogliamo toccare il cuore degli altri, dobbiamo prima cambiare il nostro cuore. L’insegnamento più importante può essere impartito dalla semplice presenza di una persona matura che ama. Nella Cina e nell’India di un tempo, l’uomo più apprezzato era quello che possedeva eccellenti qualità spirituali. Non solo trasmetteva conoscenze, ma profonde disposizioni umane. Quelli che entravano in contatto con lui, desideravano cambiare e crescere, e non avevano più paura di non essere all’altezza.
Proprio oggi è molto importante persuadersi che la fede è molto umana e molto umanizzante; la fede crea un clima nel quale tutti si sentono a loro agio, amabilmente sollecitati a dare il meglio di sé. Questa verità appare evidente nella vita di molti grandi personaggi, dall’apostolo San Giovanni fino a Madre Teresa di Calcutta e a san Josemaría Escrivá.

2. Identità cristiana e autenticità.
Per parlare di Dio con efficacia occorre una chiara identità cristiana. Probabilmente il nostro linguaggio sembra, a volte, molto incolore perché non siamo ancora sufficientemente convinti della bellezza della fede e del grande tesoro che abbiamo, e ci lasciamo facilmente schiacciare dalle situazioni.

Però la luce viene prima delle tenebre e il nostro Dio è l’eternamente Nuovo. Non è la “vetustà” del cristianesimo originario ciò che pesa sugli uomini, ma il cosiddetto cristianesimo borghese. “Però questo cristianesimo borghese non è il cristianesimo – avverte Daniélou -. È soltanto l’incarnazione del cristianesimo nella civiltà borghese”. Questo fatto ci permette di conservare una buona fetta di ottimismo e di speranza al momento di parlare di Dio.

Un cristiano non è tenuto a essere perfetto, ma certamente a essere autentico. Gli altri notano se una persona è convinta del contenuto del suo discorso, oppure no. Una stessa frase – per esempio, “Dio è Amore” – può apparire banale o, invece, straordinaria a seconda del modo in cui è pronunciata. “Questo modo dipende dalla profondità del livello dell’essere di un uomo, da cui proviene, senza che la volontà possa far nulla. E, per una meravigliosa intesa, raggiunge il medesimo livello in chi l’ascolta”[14]. Se uno parla dopo la gioia di aver trovato Dio nell’intimità del suo cuore, può darsi che commuova gli altri con la forza della sua parola. Non occorre che sia un brillante oratore. Parla semplicemente con l’autorità di chi vive – o cerca di vivere – quello che dice; comunica qualcosa dal centro stesso della sua esistenza, senza frasi fatte e senza ricette noiose.

Una persona assimila, come per osmosi, disposizioni e comportamenti da coloro che le stanno intorno. Così ogni attività cristiana può invitare ad aprirsi a Dio, sia che abbia un rapporto esplicito con la fede oppure no. Ma può anche scandalizzare gli altri, a tal punto che le parole perdono valore. Edith Stein racconta di aver perduto la fede ebraica quando, da bambina, si rese conto che, nelle cerimonie di Pasqua, i suoi fratelli più grandi si limitavano a “fare teatro” e non credevano a quello che dicevano.

3. Serenità.
Un cristiano, in prima istanza, non è una persona “pia”, ma è soprattutto una persona felice, perché ha trovato il significato della propria esistenza. Proprio per questo è capace di trasmettere agli altri l’amore per la vita, che è altrettanto contagioso quanto l’angoscia.

Di solito non si tratta di una felicità rumorosa, ma di una tranquilla serenità, frutto di saper assimilare il dolore e i cosiddetti “colpi del destino”. È necessario convincere gli altri, senza nascondere le proprie difficoltà, che nessuna esperienza della vita capita invano; possiamo sempre imparare e maturare, anche quando deviamo dal cammino, quando ci perdiamo nel deserto o quando ci sorprende una tempesta. Gertrud von Le Fort afferma che non solo il giorno pieno di sole, ma anche la notte oscura ha i suoi miracoli. “Certi fiori fioriscono solo nel deserto, le stelle sono visibili soltanto in luoghi solitari. Alcune esperienze dell’amore di Dio si vivono solo quando ci troviamo nel più completo abbandono, quasi ai margini della disperazione”.
Come può comprendere e consolare chi non è stato mai avvilito dalla tristezza? Vi sono persone che, dopo aver sofferto molto, sono diventate comprensive, cordiali, accoglienti e sensibili di fronte al dolore altrui. In una parola, hanno imparato ad amare.

4. Amore e fiducia.
L’amore stimola quel che di meglio c’è in un uomo. In un clima di accettazione e di affetto, i grandi ideali si risvegliano. Per un bambino, per esempio, è più importante crescere in un ambiente di autentico amore, senza riferimenti espliciti alla religione, che in un clima di “pietà” soltanto formale, senza affetto. Se manca l’amore, manca la condizione basilare per un sano sviluppo. Non è possibile modellare il ferro freddo; ma quando viene riscaldato è possibile dargli forma con delicatezza.

Attraverso i genitori, i figli dovrebbero scoprire l’amore di Dio. Occorre il “linguaggio delle opere”, è necessario vivere il proprio messaggio. Decisive non sono le lezioni di catechismo, che verranno più tardi; prima, molto prima, conviene preparare la terra in modo che sia in grado di accogliere il seme.

Nei suoi primi anni di vita ogni bambino fa una scoperta fondamentale, che sarà di vitale importanza per il suo carattere: “sono importante, mi capiscono e mi vogliono bene”; oppure “mi trovo sempre in mezzo, disturbo”. Ognuno deve fare, in qualche modo, l’esperienza d’amore che ci trasmette Isaia: “Tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo… Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani”.

Se manca questa esperienza, può succedere che una persona sia incapace di stabilire delle relazioni durevoli o di lavorare seriamente. E soprattutto sarà difficile per essa credere veramente nell’amore di Dio: credere che Dio sia un Padre che comprende e perdona, giustamente esigente per il bene del figlio. “La storia del declino di ogni uomo e di ogni donna ci dice che un bambino meraviglioso, di grandi pregi, singolarissimo e con molte qualità, ha perduto il senso del proprio valore”. A questo difficilmente si potrà rimediare più tardi dando lezioni sull’amore di Dio. Una persona ha detto con ragione: “Quello che fai fa tanto rumore che non sento quello che dici”.

Molte persone non hanno potuto affinare la “fiducia originaria”. E siccome non la conoscono, si muovono in un ambiente di “angoscia originaria”. Non vogliono saper nulla di Dio; arrivano a sentire paura e persino terrore per il cristianesimo. Infatti, per loro, Dio non è altro che un Giudice severo, che castiga e condanna, anche arbitrariamente. Non hanno scoperto che Dio è Amore, un Amore che si dona e che più di noi stessi è interessato alla nostra felicità.

Ecco perché è tanto importante credere nelle capacità degli altri e farglielo capire. Certe volte è impressionante vedere fino a che punto una persona si può trasformare se le si dà fiducia; come cambia, se la si tratta in base all’idea perfezionata che si ha di essa. Molti uomini e donne sanno incoraggiare gli altri a essere migliori grazie a un’ammirazione discreta e silenziosa. Comunicano la certezza che c’è molto di buono e di bello in loro, e, con pazienza e costanza, li incoraggiano e li aiutano a crescere.
Quando uno si accorge di essere amato, acquista una gioiosa fiducia nell’altro: comincia ad aprire la propria intimità. La trasmissione della fede comincia a tutti i livelli con un linguaggio non verbale. È il linguaggio dell’affetto, della comprensione e dell’autentica amicizia.

III – Parlare di Fede

Quando conosco bene l’altro, conosco anche le sue esperienze, le sue ferite e le sue gioie. Se c’è reciprocità nella conoscenza, l’altro sa ciò che io ho vissuto, ciò che mi fa soffrire e ciò che mi riempie di speranza. L’amicizia non è mai una via unilaterale. In un clima di reciproca conoscenza è più facile parlare di tutto, anche della fede.

1. Una ricerca comune.
Vi sono persone che hanno una forte identità cristiana e, malgrado ciò, non riescono a convincere nessuno. Quando qualcuno si mostra troppo sicuro, in un primo tempo, oggi non lo si accetta. Si rifiutano i “grandi racconti” e anche i “portatori della somma verità”, perché siamo più convinti che mai che nessuno può sapere tutto. Si parla di una pastorale “dal basso”, non “dall’alto”, non dalla cattedra, che vuole istruire i “poveri ignoranti”. Questo modo di agire non è più efficace, e forse non lo è mai stato.

Mi viene in mente quello che si raccontava di Giovanni Paolo II. L’episodio è avvenuto durante il Concilio Vaticano II. In una delle sessioni plenarie del Concilio, l’allora giovane vescovo Wojtyla domandò la parola e, inaspettatamente, fece un’acuta critica al progetto di uno dei documenti più importanti che era stato proposto. Fece capire che il progetto serviva soltanto a essere gettato nel cestino. Le ragioni erano le seguenti: “Nel testo presentato la Chiesa insegna al mondo. Si colloca, per così dire, al di sopra del mondo, convinta di possedere la verità, ed esige che il mondo le obbedisca”. Ma questo atteggiamento può essere l’espressione di una somma arroganza. “La Chiesa non deve istruire il mondo da una posizione di autorità, ma deve cercare la verità e le soluzioni autentiche dei problemi difficili della vita umana insieme al mondo”. Il modo di esporre la fede non deve diventare mai un ostacolo per gli altri.

2. Imparare da tutti.
Quello che oggi attrae di più non è la sicurezza, ma la sincerità: conviene raccontare agli altri le ragioni che mi convincono a credere, parlare anche dei dubbi e delle perplessità[21]. In definitiva, si tratta di mettersi accanto all’altro e di cercare la verità insieme a lui. Certamente, io posso dare molto, se ho fede; ma anche gli altri possono insegnarmi molto.

San Tommaso afferma che qualunque persona, per quanto erronee siano le sue convinzioni, partecipa in qualche modo della verità: il buono può esistere senza mescolarsi con il male; però non esiste il male che non sia mescolato al buono. Pertanto, non solo dobbiamo trasmettere la verità che – con la grazia divina – abbiamo raggiunto, ma siamo chiamati anche ad approfondirla continuamente e a cercarla là dove è possibile trovarla, cioè, dappertutto. Arricchisce molto, per esempio, conversare con gli ebrei e i musulmani; ci si aprono sempre nuovi orizzonti. E la verità, chiunque la dica, può procedere soltanto da Dio.

Siccome noi cristiani non abbiamo piena coscienza di tutte le ricchezze della nostra fede, possiamo (e dobbiamo) fare passi avanti con l’aiuto degli altri. La verità non si possiede mai interamente. In ultima istanza, non è qualcosa, ma qualcuno: è Cristo. Non è una dottrina che possediamo, ma una Persona dalla quale ci lasciamo possedere. È un processo senza fine, una “conquista” progressiva.

3. Prendere sul serio le necessità e i desideri dell’uomo.
Possiamo domandarci: perché questa o quella ideologia attrae tanta gente? Di solito mostrano i desideri e le necessità più profonde dei nostri contemporanei e tutto sommato anche nostre. La teoria della reincarnazione, per esempio, manifesta la speranza in un’altra vita; la meditazione trascendentale insegna come uno si può appartare dai rumori esterni e da quelli interiori; i gruppi skinhead o teste rapate, come i punk degli anni ’80 (e ’90), i gotici dei ’90 (e del 2000) e i rapati di oggi offrono una solidarietà – un senso di appartenenza – che molti giovani non trovano nelle loro famiglie.

Eppure la fede offre risposte molto più profonde e stimolanti. Ci dice che tutti gli uomini – e in particolare i cristiani – sono fratelli, chiamati a percorrere insieme le strade della vita. Mai ci troveremo soli. Quando parliamo con Dio nell’orazione – che possiamo fare in qualunque momento della giornata -, non ci allontaniamo dagli altri, ma ci uniamo a chi ci vuole più bene in questo mondo e a tutti noi ha preparato una vita eterna di felicità.

Se riusciamo a esporre il mistero divino in chiave d’amore, sarà più facile risvegliare gli interessi dell’uomo moderno. Vi sono tentativi considerevoli in tal senso. Il Dio dei cristiani è il Dio dell’Amore, perché non solo è Uno, ma nello stesso tempo è Trino. Siccome amare consiste nel relazionarsi con un tu – nel dare e ricevere -, un Dio “solo” (un’unica persona) non potrebbe essere Amore. Chi altro potrebbe amare, da tutta l’eternità? Un Dio solitario, che conosce e ama solo se stesso, può essere considerato, in fondo, un essere molto inquietante.

Il Dio trino è, davvero, il Dio dell’Amore. Nel suo intimo scopriamo una vita di donazione e di dedizione reciproca. Il Padre dà tutto il suo amore al Figlio; è stato chiamato il “Grande Amante”. Il Figlio riceve questo amore e lo restituisce al Padre; è colui che non dice mai “no” all’Amore. Lo Spirito è l’Amore stesso fra i due; è il “con-diletto”, secondo Ugo di San Vittore: dimostra che si tratta di un amore aperto, dove c’è posto per l’altro, dove c’è posto anche per tutti noi.

“Essere al mondo vuol dire: essere amato da Dio”, afferma Gabriel Marcel. Dunque, un credente può sentirsi protetto e sicuro. Può comprovare che i suoi desideri più profondi sono soddisfatti.

4. Andare all’essenziale.
Quando parliamo della fede è importante andare all’essenziale: il grande amore di Dio verso di noi, la vita appassionante di Cristo, l’azione misteriosa dello Spirito nella nostra mente e nel nostro cuore… Dobbiamo rifuggire da ciò che fanno quelli che vogliono togliere forza al cristianesimo: riducono la fede alla morale e la morale al sesto comandamento. In ogni caso, conviene far capire molto chiaramente che la Chiesa dice un sì all’amore; e che, per salvaguardare l’amore, dice un no alle deformazioni della sessualità.

Benedetto XVI ha scelto questo stesso modo di agire. Dopo l’Incontro Mondiale delle Famiglie a Valencia, ha concesso un’intervista alla Radio Vaticana, nella quale, fra l’altro, gli hanno chiesto: “Santo Padre, a Valencia Lei non ha parlato né dell’aborto, né dell’eutanasia, né del matrimonio gay. È stata una sua precisa intenzione?”. Il Papa ha risposto: «Naturalmente sì. Se uno ha così poco tempo non può subito cominciare con il dire “No”. Bisogna sapere prima che cosa veramente vogliamo dire, non vi pare? E il cristianesimo […] non è un cumulo di proibizioni, ma una opzione positiva. Ed è molto importante che lo torni a capire, poiché questa consapevolezza oggi è quasi completamente scomparsa. Si è sentito dire tanto su ciò che non è permesso, che ora bisogna dire: Ma noi abbiamo un’idea positiva da proporre […]. Anzitutto, dunque, è importante mettere in rilievo ciò che vogliamo».

5. Un linguaggio chiaro e semplice.
Certe volte confondiamo complicato con intelligente, e dimentichiamo che Dio – la somma Verità – è, nello stesso tempo, la somma semplicità. Il linguaggio della fede parla con semplicità delle realtà ineffabili. “Preferisco dire cinque parole con la mia intelligenza per istruire anche gli altri, piuttosto che diecimila parole con il dono delle lingue”, avverte San Paolo.

Si possono usare immagini per avvicinare il mistero trinitario al nostro spirito (nella semplicità delle immagini troviamo più verità che nei grandi concetti). Una delle più comuni è quella del sole, la sua luce e il suo calore; o anche la sorgente, il fiume e il mare, un paragone molto apprezzato dai Padri greci (dato che i Padri della Chiesa si esprimono spesso per immagini, la loro teologia è sempre moderna). Si possono cercare anche aneddoti, citazioni della letteratura o scene di film. Ai tempi del Vaticano II, gli esperti furono invitati a esprimersi con un linguaggio comprensibile: “Si abbandoni ogni linguaggio esangue e arido, la dissezione carica di affermazioni concettualiste, per adottare un linguaggio più vivo e concreto, simile a quello della Bibbia e degli antichi Padri. Si abbandoni il sovraccarico di discussioni secondarie e di ‘questioni’ di semplice curiosità… Rivolgere a una persona un discorso astruso, difficilmente comprensibile… ha in sé qualcosa di oltraggiante e irrispettoso, sia per la verità che per la persona che ha il diritto di capire”.

Chi non capisce ciò che l’altra persona sta dicendo, non può esprimere i propri dubbi, non può fare ricerche liberamente per conto proprio. Dipende dall’altro, e da lui può essere manipolato facilmente.

6. Un linguaggio esistenziale.
Nello stesso modo, l’altro ha il diritto di conoscere tutta la verità. Se reprimiamo una parte della fede, creiamo confusione e non diamo all’altro un vero aiuto. Daniélou lo dice chiaramente: “La condizione fondamentale di un dialogo sincero con un non cristiano è dirgli: ho l’obbligo di dirti che un giorno tu incontrerai la Trinità”.

Occorre spiegare agli altri la propria fede quanto più chiaramente e integralmente sia possibile. Con questo, d’altra parte, pratichiamo la sincerità in qualunque relazione umana: vogliamo far conoscere la nostra identità, vale a dire, nel nostro caso, l’identità cristiana. L’altro vuol sapere chi sono io. Se non parliamo, con diligenza, di tutti gli aspetti della fede, gli altri non potranno accettarci come siamo realmente, e la nostra relazione diventerà sempre più superficiale, più deludente, finché, prima o poi, s’interromperà.

Però non vogliamo soltanto far conoscere il nostro progetto di vita, ma desideriamo incoraggiare gli altri a lasciarsi affascinare e conquistare dalla figura luminosa di Cristo.

A questo punto si manifesta il carattere esistenziale e dinamico del linguaggio sulla fede, che invita gli altri a entrare, un po’ alla volta, nella vita cristiana, che è dialogo e intimità, corrispondenza all’amore e, allo stesso tempo, una grande avventura: «l’avventura della fede».

Nota finale. Credere in Dio significa camminare con Cristo, pur in mezzo a tutte le lotte che sosteniamo, verso la casa del Padre. Ecco perché a poco servono gli sforzi, e ancor meno i sermoni. Il nostro linguaggio è molto limitato. La fede è un dono di Dio, e lo è anche il suo perfezionamento. Possiamo invitare gli altri a chiederla, insieme a noi, umilmente dall’alto. La meta del nostro parlare di Dio consiste nell’indurre tutti a parlare con Dio.

Jutta Burggraf, 20 agosto 2010

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