L’empatia di Papa Francesco

Papa-Francesco

Cosa ha permesso all’ex cardinale Bergoglio di condizionare così radicalmente l’opinione pubblica nel nostro Paese in così poco tempo?
Ha compiuto dei gesti, dei piccoli ma significativi gesti, attraverso i quali ha fatto passare un concetto, semplice ma quanto essenziale: “Io sono come voi”:
1. utilizza il linguaggio della gente cordiale, anche nelle occasioni più ufficiali, augurando buonasera e buon pranzo come farebbe chiunque rivolgendosi ad un amico;
2. parla di esempi di vita quotidiana (“ho letto un libro scritto dal Cardinale Kasper”, dice durante il primo Angelus), come farebbe ciascuno di noi;
3. è ironico (“Ma non credete che faccio pubblicità ai libri dei miei Cardinali, eh? Non è così”), come lo saremmo tutti in compagnia di amici;
4. accorcia le distanze e “scende”: scende in piazza per salutare dopo l’Angelus, percorre più e più volte Piazza San Pietro con la Papamobile (privata delle protezioni che eravamo ormai abituati a vedere) e scende in continuazione per abbracciare, il gesto più antico e popolare di saluto che si riserva alle persone più intime, quelle che percepiamo al nostro livello;
5. mette da parte etichetta e cardinali per chiedere notizie a una donna incinta sul suo stato di salute, definendo così delle priorità che sono molto vicine a quelle della gente comune;
6. è parco nei costumi, indossa un anello non in oro, vuole un appartamento piccolo, veste delle normali calzature anziché le scarpette rosse “di ordinanza” per essere più semplice possibile. E poco importa che attraverso questo rifiuto potrebbe sembrare che il Papa non fosse disposto a versare il sangue per testimoniare Cristo (ecco il perché di quel colore): lui non le indossa e alla gente piace ancora di più.

Damiano Bordignon (sestyle.it)

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4 frasi da non dire a chi soffre (empatia)

soffre

1. “So esattamente ciò che provi, ci sono passato anch’io”.
Certo quest’affermazione di primo acchito ha il sapore della solidarietà, ma in realtà avete spostato il focus su di voi emarginando l’unicità dell’esperienza della persona. Come regola generale, se le prime parole dalla tua bocca iniziano con il pronome “io”, le probabilità di non essere empatici aumentano di gran lunga.

2. “Potrebbe sempre essere peggio”.
Si potrebbe pensare che questo è un modo per vedere le cose da un’altra prospettiva, ma, in realtà, non lo è. Dire a chi sta male che il suo dolore non è poi così grave e non solo una sottovalutazione gratuita ma anche un offesa. Invece di combattere la necessità di riempire l’aria con le parole, basterebbe semplicemente prendere una sedia, mettersi accanto alla persona e ascoltare. Questa è empatia. Ricordatevi che nessuno deve sentirsi grato che quello che è successo è stato solo un uragano di categoria tre, non uno tsunami.

3. “Cerca di essere positivo. Forse doveva andare così”.
Un vero empatico lascia la sua riserva segreta di pensieri e aforismi positivi a casa. Invece di tentare di modificare a tutti i costi le emozioni e i pensieri di quel momento, facendo sentire chi li prova un marziano o un fallito e per di più se non riesce ad essere positivo anche frustrato, possiamo semplicemente fare compagnia al suo dolore, lasciarlo li e aspettare che il processo di smistamento dei nostri sentimenti negativi facciano il loro corso.

4. “Non pensi che è ora di andare avanti e reagire?”
Il cheerleader interno che è in te può pensare che questo consiglio sia utile, ma nel frattempo la distanza emotiva si fa sempre più lunga. Con questa affermazione trasformiamo il dolore in un oggetto usa e getta e che ha una scadenza. A meno che non si ha intenzione di far capire alla persona che sei stanco di questa storia e di lui , forse sarebbe più saggio ed empatico lasciare decidere alla persona in questione quando è il momento giusto per andare avanti.

Rosanna Tremamondo (blog.iwatson.com)

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