Comunicare la fede (Jutta Burggraf)

I – L’ambiente attuale

1. L’epoca del post-modernismo
Oggi abbiamo idoli a non finire; per esempio, la salute, il “culto del corpo”, la bellezza, il successo, il denaro o lo sport; idoli che acquistano, certe volte, i tratti di una nuova religione. Chesterton dice: “Quando non si crede più in Dio, non si può credere più a nulla; ma il problema più grave è che, allora, si può credere a qualsiasi cosa”.

In passato la vita era considerata un “work in progress”. Oggi, invece, è considerata come turismo: non c’è continuità, ma discontinuità; camminiamo senza avere una direzione fissa. Il motto di un motociclista lo esprime molto bene: “Non so dove vado, però voglio arrivare al più presto”. Nella letteratura si parla della “oscurità moderna”, del “caos attuale”.

“L’uomo moderno è uno zingaro”, è stato detto con ragione. Non ha casa: forse ha una casa per il corpo, ma non per l’anima. Si nota una mancanza di orientamento, una insicurezza e anche molta solitudine. Non c’è da stupirsi che si voglia trovare la felicità nel piacere immediato, o magari nell’applauso. Se uno non è amato, vuole essere almeno lodato.

Forse tutti ci siamo abituati a non pensare: almeno, a non pensare sino in fondo. Si tratta del cosiddetto pensiero debole. Viviamo in un’epoca nella quale disponiamo di mezzi sempre più perfetti, ma i fini sono assai incerti.

Nello stesso tempo possiamo scoprire una vera “sete di interiorità”, tanto nella letteratura come nell’arte, nella musica e anche nel cinema. Sempre più persone cercano un’esperienza di silenzio e di contemplazione; e sono delusi dal cristianesimo che, in molti ambienti, ha fama di non essere altro che una rigida “istituzione burocratica”, con precetti e castighi.

Altre persone fuggono dalla Chiesa per motivi opposti: la predicazione cristiana sembra loro troppo “superficiale”, molto “light”, senza fondamento e senza esigenze rigorose. Non cercano ciò che è “liberale”, ma tutto il contrario: cercano ciò che è “sicuro”. Vogliono che qualcuno dica loro con assoluta certezza qual è la via verso la salvezza, e che un altro pensi e decida per loro: ed ecco allora il grande mercato delle sette.

Viviamo in società multiculturali, nelle quali è possibile osservare contemporaneamente i fenomeni più contraddittori. Alcuni cercano di riassumere tutto quello che ci succede in un’unica parola: post-modernismo. Il termine indica che si tratta di una situazione di cambiamento: è un’epoca che viene “dopo” il modernismo e “prima” di una nuova era che ancora non conosciamo (gli adepti di New Age si sono appropriati del nome: secondo loro, già ci troveremmo in questa nuova epoca; a mio modo di vedere si tratta di un errore: essi sono semplicemente “post-moderni”).
Il post-modernismo è un’era limitata che indica il fallimento del modernismo. Lo si può paragonare al “dopoguerra”, il difficile periodo dopo una guerra, che è preparazione a qualcosa di nuovo. Lo si può paragonare anche al periodo “post-operatorio”, nel quale una persona è in convalescenza dopo una operazione, in attesa di riprendere la normale attività.

Sembra davvero di attraversare un cambiamento epocale: stiamo per entrare in una nuova tappa dell’umanità. E le novità richiedono un nuovo modo di esprimersi e di comportarsi.

2. L’atteggiamento davanti ai cambiamenti culturali.
Chi vuole influire nel presente deve amare il mondo nel quale vive. Non deve guardare al passato con nostalgia e rassegnazione, ma adottare un atteggiamento positivo verso il momento storico concreto: dovrebbe essere all’altezza dei nuovi avvenimenti, che segnano le sue gioie e le sue preoccupazioni e tutto il suo stile di vita. “In tutta la storia del mondo c’è un’unica ora importante ed è quella presente – dice Bonhoeffer -. Chi fugge dal presente, fugge dall’ora di Dio”.

Oggidì una persona percepisce i diversi avvenimenti del mondo in modo diverso dalle generazioni precedenti e reagisce anche affettivamente in altro modo. Per questa ragione, è tanto importante saper ascoltare. Un buon teologo legge sia la Scrittura che il giornale, qualche rivista o internet; dimostra vicinanza e simpatia verso il nostro mondo. E sa che proprio nelle menti e nei cuori degli uomini e delle donne che gli stanno attorno può trovare Dio in un modo molto più vivo che nelle teorie e nelle riflessioni.

I cambiamenti di mentalità invitano a esporre le proprie credenze in un modo diverso da quello precedente. A tal riguardo, uno scrittore commenta: “Non sono disposto a modificare le mie idee (di fondo) per quanto i tempi cambino molto. Però sono disposto a porre tutte le formulazioni esterne al livello dei miei tempi, per un semplice amore alle mie idee e ai miei fratelli, perché se parlo con un linguaggio morto o con una messa a fuoco superata, seppellirò le mie idee senza riuscire a comunicare con nessuno”.

II – La personalità di chi parla.

Per parlare di Dio, non basta tener conto dell’ambiente in cui stiamo; ancora più decisiva è la personalità di chi parla: infatti, quando parliamo, non solo comunichiamo qualcosa, ma prima di tutto esprimiamo noi stessi. Il linguaggio è uno “specchio del nostro spirito”.

Esiste anche un linguaggio non verbale, che sostituisce o accompagna le nostre parole. È il clima che creiamo attorno a noi, di solito attraverso cose molto piccole, come, per esempio, un sorriso cordiale o uno sguardo di stima. Quando in un corpo umano mancano gli oligo-elementi, anche se sono minimi, uno può ammalarsi gravemente e morire. In modo analogo possiamo parlare degli “oligo-elementi” in un determinato ambiente: sono quei dettagli, difficilmente dimostrabili e ancor meno esigibili, che fanno sì che l’altro si senta a suo agio, si sappia amato e apprezzato.

1. Essere e sembrare.
Ci conviene prendere sul serio alcune moderne teorie della comunicazione (che, in verità, esprimono verità lapalissiane). Queste teorie ci ricordano che una persona trasmette di più per quel che essa è, che non per quello che dice. Alcuni affermano addirittura che l’80 o 90% della nostra comunicazione avviene in forma non verbale.

Inoltre, trasmettiamo in modo cosciente soltanto una piccola parte dell’informazione e tutto il resto in modo inconscio: attraverso lo sguardo e l’espressione del viso, attraverso le mani e i gesti, la voce e tutto il linguaggio del corpo. Il corpo fa conoscere il nostro mondo interiore, “traduce” le emozioni e le aspirazioni, la gioia e la delusione, la generosità e l’angoscia, l’odio e la disperazione, l’amore, la supplica, la rassegnazione e la vittoria; e difficilmente inganna; Sant’Agostino parla di un “linguaggio per così dire naturale, comune a tutti i popoli”.

Gli altri percepiscono il messaggio nello stesso modo, soltanto in parte in modo cosciente, e si accorgono di molte cose inconsciamente.

Questo vuol dire che non è sufficiente sorridere e avere un’apparenza gradevole; se vogliamo toccare il cuore degli altri, dobbiamo prima cambiare il nostro cuore. L’insegnamento più importante può essere impartito dalla semplice presenza di una persona matura che ama. Nella Cina e nell’India di un tempo, l’uomo più apprezzato era quello che possedeva eccellenti qualità spirituali. Non solo trasmetteva conoscenze, ma profonde disposizioni umane. Quelli che entravano in contatto con lui, desideravano cambiare e crescere, e non avevano più paura di non essere all’altezza.
Proprio oggi è molto importante persuadersi che la fede è molto umana e molto umanizzante; la fede crea un clima nel quale tutti si sentono a loro agio, amabilmente sollecitati a dare il meglio di sé. Questa verità appare evidente nella vita di molti grandi personaggi, dall’apostolo San Giovanni fino a Madre Teresa di Calcutta e a san Josemaría Escrivá.

2. Identità cristiana e autenticità.
Per parlare di Dio con efficacia occorre una chiara identità cristiana. Probabilmente il nostro linguaggio sembra, a volte, molto incolore perché non siamo ancora sufficientemente convinti della bellezza della fede e del grande tesoro che abbiamo, e ci lasciamo facilmente schiacciare dalle situazioni.

Però la luce viene prima delle tenebre e il nostro Dio è l’eternamente Nuovo. Non è la “vetustà” del cristianesimo originario ciò che pesa sugli uomini, ma il cosiddetto cristianesimo borghese. “Però questo cristianesimo borghese non è il cristianesimo – avverte Daniélou -. È soltanto l’incarnazione del cristianesimo nella civiltà borghese”. Questo fatto ci permette di conservare una buona fetta di ottimismo e di speranza al momento di parlare di Dio.

Un cristiano non è tenuto a essere perfetto, ma certamente a essere autentico. Gli altri notano se una persona è convinta del contenuto del suo discorso, oppure no. Una stessa frase – per esempio, “Dio è Amore” – può apparire banale o, invece, straordinaria a seconda del modo in cui è pronunciata. “Questo modo dipende dalla profondità del livello dell’essere di un uomo, da cui proviene, senza che la volontà possa far nulla. E, per una meravigliosa intesa, raggiunge il medesimo livello in chi l’ascolta”[14]. Se uno parla dopo la gioia di aver trovato Dio nell’intimità del suo cuore, può darsi che commuova gli altri con la forza della sua parola. Non occorre che sia un brillante oratore. Parla semplicemente con l’autorità di chi vive – o cerca di vivere – quello che dice; comunica qualcosa dal centro stesso della sua esistenza, senza frasi fatte e senza ricette noiose.

Una persona assimila, come per osmosi, disposizioni e comportamenti da coloro che le stanno intorno. Così ogni attività cristiana può invitare ad aprirsi a Dio, sia che abbia un rapporto esplicito con la fede oppure no. Ma può anche scandalizzare gli altri, a tal punto che le parole perdono valore. Edith Stein racconta di aver perduto la fede ebraica quando, da bambina, si rese conto che, nelle cerimonie di Pasqua, i suoi fratelli più grandi si limitavano a “fare teatro” e non credevano a quello che dicevano.

3. Serenità.
Un cristiano, in prima istanza, non è una persona “pia”, ma è soprattutto una persona felice, perché ha trovato il significato della propria esistenza. Proprio per questo è capace di trasmettere agli altri l’amore per la vita, che è altrettanto contagioso quanto l’angoscia.

Di solito non si tratta di una felicità rumorosa, ma di una tranquilla serenità, frutto di saper assimilare il dolore e i cosiddetti “colpi del destino”. È necessario convincere gli altri, senza nascondere le proprie difficoltà, che nessuna esperienza della vita capita invano; possiamo sempre imparare e maturare, anche quando deviamo dal cammino, quando ci perdiamo nel deserto o quando ci sorprende una tempesta. Gertrud von Le Fort afferma che non solo il giorno pieno di sole, ma anche la notte oscura ha i suoi miracoli. “Certi fiori fioriscono solo nel deserto, le stelle sono visibili soltanto in luoghi solitari. Alcune esperienze dell’amore di Dio si vivono solo quando ci troviamo nel più completo abbandono, quasi ai margini della disperazione”.
Come può comprendere e consolare chi non è stato mai avvilito dalla tristezza? Vi sono persone che, dopo aver sofferto molto, sono diventate comprensive, cordiali, accoglienti e sensibili di fronte al dolore altrui. In una parola, hanno imparato ad amare.

4. Amore e fiducia.
L’amore stimola quel che di meglio c’è in un uomo. In un clima di accettazione e di affetto, i grandi ideali si risvegliano. Per un bambino, per esempio, è più importante crescere in un ambiente di autentico amore, senza riferimenti espliciti alla religione, che in un clima di “pietà” soltanto formale, senza affetto. Se manca l’amore, manca la condizione basilare per un sano sviluppo. Non è possibile modellare il ferro freddo; ma quando viene riscaldato è possibile dargli forma con delicatezza.

Attraverso i genitori, i figli dovrebbero scoprire l’amore di Dio. Occorre il “linguaggio delle opere”, è necessario vivere il proprio messaggio. Decisive non sono le lezioni di catechismo, che verranno più tardi; prima, molto prima, conviene preparare la terra in modo che sia in grado di accogliere il seme.

Nei suoi primi anni di vita ogni bambino fa una scoperta fondamentale, che sarà di vitale importanza per il suo carattere: “sono importante, mi capiscono e mi vogliono bene”; oppure “mi trovo sempre in mezzo, disturbo”. Ognuno deve fare, in qualche modo, l’esperienza d’amore che ci trasmette Isaia: “Tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo… Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani”.

Se manca questa esperienza, può succedere che una persona sia incapace di stabilire delle relazioni durevoli o di lavorare seriamente. E soprattutto sarà difficile per essa credere veramente nell’amore di Dio: credere che Dio sia un Padre che comprende e perdona, giustamente esigente per il bene del figlio. “La storia del declino di ogni uomo e di ogni donna ci dice che un bambino meraviglioso, di grandi pregi, singolarissimo e con molte qualità, ha perduto il senso del proprio valore”. A questo difficilmente si potrà rimediare più tardi dando lezioni sull’amore di Dio. Una persona ha detto con ragione: “Quello che fai fa tanto rumore che non sento quello che dici”.

Molte persone non hanno potuto affinare la “fiducia originaria”. E siccome non la conoscono, si muovono in un ambiente di “angoscia originaria”. Non vogliono saper nulla di Dio; arrivano a sentire paura e persino terrore per il cristianesimo. Infatti, per loro, Dio non è altro che un Giudice severo, che castiga e condanna, anche arbitrariamente. Non hanno scoperto che Dio è Amore, un Amore che si dona e che più di noi stessi è interessato alla nostra felicità.

Ecco perché è tanto importante credere nelle capacità degli altri e farglielo capire. Certe volte è impressionante vedere fino a che punto una persona si può trasformare se le si dà fiducia; come cambia, se la si tratta in base all’idea perfezionata che si ha di essa. Molti uomini e donne sanno incoraggiare gli altri a essere migliori grazie a un’ammirazione discreta e silenziosa. Comunicano la certezza che c’è molto di buono e di bello in loro, e, con pazienza e costanza, li incoraggiano e li aiutano a crescere.
Quando uno si accorge di essere amato, acquista una gioiosa fiducia nell’altro: comincia ad aprire la propria intimità. La trasmissione della fede comincia a tutti i livelli con un linguaggio non verbale. È il linguaggio dell’affetto, della comprensione e dell’autentica amicizia.

III – Parlare di Fede

Quando conosco bene l’altro, conosco anche le sue esperienze, le sue ferite e le sue gioie. Se c’è reciprocità nella conoscenza, l’altro sa ciò che io ho vissuto, ciò che mi fa soffrire e ciò che mi riempie di speranza. L’amicizia non è mai una via unilaterale. In un clima di reciproca conoscenza è più facile parlare di tutto, anche della fede.

1. Una ricerca comune.
Vi sono persone che hanno una forte identità cristiana e, malgrado ciò, non riescono a convincere nessuno. Quando qualcuno si mostra troppo sicuro, in un primo tempo, oggi non lo si accetta. Si rifiutano i “grandi racconti” e anche i “portatori della somma verità”, perché siamo più convinti che mai che nessuno può sapere tutto. Si parla di una pastorale “dal basso”, non “dall’alto”, non dalla cattedra, che vuole istruire i “poveri ignoranti”. Questo modo di agire non è più efficace, e forse non lo è mai stato.

Mi viene in mente quello che si raccontava di Giovanni Paolo II. L’episodio è avvenuto durante il Concilio Vaticano II. In una delle sessioni plenarie del Concilio, l’allora giovane vescovo Wojtyla domandò la parola e, inaspettatamente, fece un’acuta critica al progetto di uno dei documenti più importanti che era stato proposto. Fece capire che il progetto serviva soltanto a essere gettato nel cestino. Le ragioni erano le seguenti: “Nel testo presentato la Chiesa insegna al mondo. Si colloca, per così dire, al di sopra del mondo, convinta di possedere la verità, ed esige che il mondo le obbedisca”. Ma questo atteggiamento può essere l’espressione di una somma arroganza. “La Chiesa non deve istruire il mondo da una posizione di autorità, ma deve cercare la verità e le soluzioni autentiche dei problemi difficili della vita umana insieme al mondo”. Il modo di esporre la fede non deve diventare mai un ostacolo per gli altri.

2. Imparare da tutti.
Quello che oggi attrae di più non è la sicurezza, ma la sincerità: conviene raccontare agli altri le ragioni che mi convincono a credere, parlare anche dei dubbi e delle perplessità[21]. In definitiva, si tratta di mettersi accanto all’altro e di cercare la verità insieme a lui. Certamente, io posso dare molto, se ho fede; ma anche gli altri possono insegnarmi molto.

San Tommaso afferma che qualunque persona, per quanto erronee siano le sue convinzioni, partecipa in qualche modo della verità: il buono può esistere senza mescolarsi con il male; però non esiste il male che non sia mescolato al buono. Pertanto, non solo dobbiamo trasmettere la verità che – con la grazia divina – abbiamo raggiunto, ma siamo chiamati anche ad approfondirla continuamente e a cercarla là dove è possibile trovarla, cioè, dappertutto. Arricchisce molto, per esempio, conversare con gli ebrei e i musulmani; ci si aprono sempre nuovi orizzonti. E la verità, chiunque la dica, può procedere soltanto da Dio.

Siccome noi cristiani non abbiamo piena coscienza di tutte le ricchezze della nostra fede, possiamo (e dobbiamo) fare passi avanti con l’aiuto degli altri. La verità non si possiede mai interamente. In ultima istanza, non è qualcosa, ma qualcuno: è Cristo. Non è una dottrina che possediamo, ma una Persona dalla quale ci lasciamo possedere. È un processo senza fine, una “conquista” progressiva.

3. Prendere sul serio le necessità e i desideri dell’uomo.
Possiamo domandarci: perché questa o quella ideologia attrae tanta gente? Di solito mostrano i desideri e le necessità più profonde dei nostri contemporanei e tutto sommato anche nostre. La teoria della reincarnazione, per esempio, manifesta la speranza in un’altra vita; la meditazione trascendentale insegna come uno si può appartare dai rumori esterni e da quelli interiori; i gruppi skinhead o teste rapate, come i punk degli anni ’80 (e ’90), i gotici dei ’90 (e del 2000) e i rapati di oggi offrono una solidarietà – un senso di appartenenza – che molti giovani non trovano nelle loro famiglie.

Eppure la fede offre risposte molto più profonde e stimolanti. Ci dice che tutti gli uomini – e in particolare i cristiani – sono fratelli, chiamati a percorrere insieme le strade della vita. Mai ci troveremo soli. Quando parliamo con Dio nell’orazione – che possiamo fare in qualunque momento della giornata -, non ci allontaniamo dagli altri, ma ci uniamo a chi ci vuole più bene in questo mondo e a tutti noi ha preparato una vita eterna di felicità.

Se riusciamo a esporre il mistero divino in chiave d’amore, sarà più facile risvegliare gli interessi dell’uomo moderno. Vi sono tentativi considerevoli in tal senso. Il Dio dei cristiani è il Dio dell’Amore, perché non solo è Uno, ma nello stesso tempo è Trino. Siccome amare consiste nel relazionarsi con un tu – nel dare e ricevere -, un Dio “solo” (un’unica persona) non potrebbe essere Amore. Chi altro potrebbe amare, da tutta l’eternità? Un Dio solitario, che conosce e ama solo se stesso, può essere considerato, in fondo, un essere molto inquietante.

Il Dio trino è, davvero, il Dio dell’Amore. Nel suo intimo scopriamo una vita di donazione e di dedizione reciproca. Il Padre dà tutto il suo amore al Figlio; è stato chiamato il “Grande Amante”. Il Figlio riceve questo amore e lo restituisce al Padre; è colui che non dice mai “no” all’Amore. Lo Spirito è l’Amore stesso fra i due; è il “con-diletto”, secondo Ugo di San Vittore: dimostra che si tratta di un amore aperto, dove c’è posto per l’altro, dove c’è posto anche per tutti noi.

“Essere al mondo vuol dire: essere amato da Dio”, afferma Gabriel Marcel. Dunque, un credente può sentirsi protetto e sicuro. Può comprovare che i suoi desideri più profondi sono soddisfatti.

4. Andare all’essenziale.
Quando parliamo della fede è importante andare all’essenziale: il grande amore di Dio verso di noi, la vita appassionante di Cristo, l’azione misteriosa dello Spirito nella nostra mente e nel nostro cuore… Dobbiamo rifuggire da ciò che fanno quelli che vogliono togliere forza al cristianesimo: riducono la fede alla morale e la morale al sesto comandamento. In ogni caso, conviene far capire molto chiaramente che la Chiesa dice un sì all’amore; e che, per salvaguardare l’amore, dice un no alle deformazioni della sessualità.

Benedetto XVI ha scelto questo stesso modo di agire. Dopo l’Incontro Mondiale delle Famiglie a Valencia, ha concesso un’intervista alla Radio Vaticana, nella quale, fra l’altro, gli hanno chiesto: “Santo Padre, a Valencia Lei non ha parlato né dell’aborto, né dell’eutanasia, né del matrimonio gay. È stata una sua precisa intenzione?”. Il Papa ha risposto: «Naturalmente sì. Se uno ha così poco tempo non può subito cominciare con il dire “No”. Bisogna sapere prima che cosa veramente vogliamo dire, non vi pare? E il cristianesimo […] non è un cumulo di proibizioni, ma una opzione positiva. Ed è molto importante che lo torni a capire, poiché questa consapevolezza oggi è quasi completamente scomparsa. Si è sentito dire tanto su ciò che non è permesso, che ora bisogna dire: Ma noi abbiamo un’idea positiva da proporre […]. Anzitutto, dunque, è importante mettere in rilievo ciò che vogliamo».

5. Un linguaggio chiaro e semplice.
Certe volte confondiamo complicato con intelligente, e dimentichiamo che Dio – la somma Verità – è, nello stesso tempo, la somma semplicità. Il linguaggio della fede parla con semplicità delle realtà ineffabili. “Preferisco dire cinque parole con la mia intelligenza per istruire anche gli altri, piuttosto che diecimila parole con il dono delle lingue”, avverte San Paolo.

Si possono usare immagini per avvicinare il mistero trinitario al nostro spirito (nella semplicità delle immagini troviamo più verità che nei grandi concetti). Una delle più comuni è quella del sole, la sua luce e il suo calore; o anche la sorgente, il fiume e il mare, un paragone molto apprezzato dai Padri greci (dato che i Padri della Chiesa si esprimono spesso per immagini, la loro teologia è sempre moderna). Si possono cercare anche aneddoti, citazioni della letteratura o scene di film. Ai tempi del Vaticano II, gli esperti furono invitati a esprimersi con un linguaggio comprensibile: “Si abbandoni ogni linguaggio esangue e arido, la dissezione carica di affermazioni concettualiste, per adottare un linguaggio più vivo e concreto, simile a quello della Bibbia e degli antichi Padri. Si abbandoni il sovraccarico di discussioni secondarie e di ‘questioni’ di semplice curiosità… Rivolgere a una persona un discorso astruso, difficilmente comprensibile… ha in sé qualcosa di oltraggiante e irrispettoso, sia per la verità che per la persona che ha il diritto di capire”.

Chi non capisce ciò che l’altra persona sta dicendo, non può esprimere i propri dubbi, non può fare ricerche liberamente per conto proprio. Dipende dall’altro, e da lui può essere manipolato facilmente.

6. Un linguaggio esistenziale.
Nello stesso modo, l’altro ha il diritto di conoscere tutta la verità. Se reprimiamo una parte della fede, creiamo confusione e non diamo all’altro un vero aiuto. Daniélou lo dice chiaramente: “La condizione fondamentale di un dialogo sincero con un non cristiano è dirgli: ho l’obbligo di dirti che un giorno tu incontrerai la Trinità”.

Occorre spiegare agli altri la propria fede quanto più chiaramente e integralmente sia possibile. Con questo, d’altra parte, pratichiamo la sincerità in qualunque relazione umana: vogliamo far conoscere la nostra identità, vale a dire, nel nostro caso, l’identità cristiana. L’altro vuol sapere chi sono io. Se non parliamo, con diligenza, di tutti gli aspetti della fede, gli altri non potranno accettarci come siamo realmente, e la nostra relazione diventerà sempre più superficiale, più deludente, finché, prima o poi, s’interromperà.

Però non vogliamo soltanto far conoscere il nostro progetto di vita, ma desideriamo incoraggiare gli altri a lasciarsi affascinare e conquistare dalla figura luminosa di Cristo.

A questo punto si manifesta il carattere esistenziale e dinamico del linguaggio sulla fede, che invita gli altri a entrare, un po’ alla volta, nella vita cristiana, che è dialogo e intimità, corrispondenza all’amore e, allo stesso tempo, una grande avventura: «l’avventura della fede».

Nota finale. Credere in Dio significa camminare con Cristo, pur in mezzo a tutte le lotte che sosteniamo, verso la casa del Padre. Ecco perché a poco servono gli sforzi, e ancor meno i sermoni. Il nostro linguaggio è molto limitato. La fede è un dono di Dio, e lo è anche il suo perfezionamento. Possiamo invitare gli altri a chiederla, insieme a noi, umilmente dall’alto. La meta del nostro parlare di Dio consiste nell’indurre tutti a parlare con Dio.

Jutta Burggraf, 20 agosto 2010

(Altre informazioni sull’empatia)

Rapporto fra medico e paziente (empatia)

medico-e-paziente

Qualche anno fa Stefano Manghi, docente di Sociologia all’Università di Parma, ha scritto Il medico, il paziente e l’altro. Un’indagine sull’interazione comunicativa nelle pratiche mediche (edizioni Franco Angeli) un’inchiesta che raccoglie le esperienze di 55 medici. “La situazione non è cambiata. I medici stanno facendo fronte al mutamento della “scena della cura”. Si estende l’informazione biomedica di massa, la coscienza dei diritti alla salute potenzia gli aspetti legali della cura, poi ci sono sempre più iper-specialismi e l’aziendalizzazione della cura. Il risultato è un “malessere comunicativo crescente”, dice Manghi.

“La medicina attuale è caratterizzata soprattutto dalla tendenza alla super-specializzazione e i cittadini pazienti devono confrontarsi con un gran numero di specialisti, correndo il rischio di essere considerati come supporti occasionali di organi malati e non come persone” – spiega Flamigni – . “Questa frammentazione delle competenze comporta sia una diminuzione delle responsabilità – che si dissolvono all’interno del gruppo di medici ogni volta coinvolto – sia la difficoltà di indicare a chi spetti l’onere di tirare le fila della miriade di accertamenti eseguiti“.

L’opinione di molte persone nei confronti della medicina e dei medici non è positiva ormai da molto tempo. Ma è possibile intervenire per ricostruire la fiducia fra camice bianco e assistito. “Oggi il medico può apparire come un acrobata, intento a eseguire, sulla corda, i suoi esercizi di tecnologia applicata: gli acrobati non sono interessati a conoscere l’identità degli spettatori, lavorano per un applauso collettivo e non per la felicità dei singoli. Ma una via d’uscita potrebbe essere quella che suggerisce al medico di dar voce ad alcune delle sue piccole virtù, virtù che certamente possiede come la pazienza, la prudenza, la capacità di ascolto, il rispetto per la volontà del malato, la comprensione dell’importanza dell’aggiornamento, la consapevolezza delle proprie responsabilità, l’umiltà. Si tratta in fondo di un modo semplice e alla portata di tutti di interpretare ‘l’etica della cura’”

Silvio Garattini (repubblica.it, 1 novembre 2014)

(Altre informazioni sull’empatia)

Empatia del medico

Da quando si è scoperto che oltre a prescrivere farmaci ed esami, la figura del medico e il suo modo di interagire con i malati svolgono un ruolo psicologico importantissimo ai fini della guarigione, la classe medica ha cominciato a interrogarsi su quali approcci possono risultare più indicati nel rapporto con i pazienti. Ma fino a oggi non ci sono conclusioni chiare e definitive. Uno studio pubblicato di recente sulla rivista Archives of Internal Medicine ha scoperto che circa un terzo dei medici statunitensi, durante le visite, racconta fatti della propria vita privata o questioni personali ai pazienti, i quali, sempre secondo l’indagine, non vivono con estremo piacere questo tipo di approccio. Spiega Egidio Moja, docente di psicologia medica all’Università di Milano e direttore del Centro Cura, che studia i problemi della comunicazione in medicina: “In linea generale, il camice bianco dovrebbe evitare di parlare di sé durante le visite perché potrebbe suscitare nei pazienti questa domanda: sono qui per risolvere un mio problema o quelli del medico?”.

Il medico che parla dei fatti suoi è soltanto uno dei tanti aspetti che riguardano la comunicazione tra medico e paziente: è un ambito che coinvolge diversi aspetti sociologici e psicologici e non ancora completamente chiarito. Entrano in gioco le esperienze di vita del paziente e quelle del medico, le sensazioni di entrambi, le emozioni, le aspettative: soprattutto se si tratta di malattie gravi, come per esempio i tumori, oppure le patologie croniche, come il diabete. Da qualche anno si parla con sempre più convinzione dell’empatia come di uno strumento a disposizione del medico per entrare davvero in sintonia con il paziente. “Per empatia”, puntualizza Moja, “non si intende soltanto la capacità che un professionista possiede di capire e di condividere le emozioni e le paure del malato, ma anche l’abilità nel sapergli comunicare che i suoi problemi sono stati capiti e sono condivisi”. L’empatia è una capacità chiaramente innata in molti medici: per alcuni è assolutamente naturale entrare in sintonia con i problemi degli altri e manifestarlo. Ma questa abilità si può anche apprendere: esistono tecniche di comportamento, ormai collaudate, che aiutano il medico a stabilire una relazione più empatica con il paziente. “Non è necessario farlo in tutte le situazioni” aggiunge lo psicologo “e non è nemmeno necessario applicarla a tutti i pazienti, perché non viene richiesta da tutti”. Ci sono persone che infatti non manifestano il desiderio di essere compresi, quantomeno nella loro dimensione emotiva, ma chiedono al professionista di dare loro tutte le informazioni utili e necessarie e di aiutarli a guarire. Punto e basta. Altri, invece, vivono il bisogno di essere compresi fino in fondo come una necessità. “Ciò non significa che ci sono pazienti giusti e pazienti sbagliati” precisa Moja “ma è il medico che si deve adattare a ogni situazione, capire quali sono le esigenze del singolo paziente e comportarsi di conseguenza”.

Sentirsi capiti, anche negli aspetti più intimi e personali, dal proprio medico è sicuramente importante perché tutti noi, bene o male, viviamo di relazioni e quando soffriamo per una malattia abbiamo bisogno di empatia come l’aria che respiriamo. Ma quanto incide sulla terapia? “Alcuni studi” risponde lo psicologo “dimostrano che in questi casi il paziente è più preciso nel dare informazioni al medico sul suo stato di salute e si sente più agevolato nel fare domande. Da ciò deriva anche una compliance migliore: una più efficace adesione alle terapie prescritte, vale a dire senza sgarrare tempi o dosaggi, con evidenti ripercussioni sul risultato del trattamento”. Maggiore empatia vuol dire anche mettere al centro del lavoro dei medici il malato, la persona, e non soltanto la malattia. “Tutti gli sforzi e gli studi condotti su questi argomenti vanno nella direzione di superare la medicina basata sui sintomi, rimettendo al centro l’individuo visto nella sua globalità” chiarisce Moja. Una strada ancora in salita, perché è difficile cambiare abitudini millenarie e perché, probabilmente, fare il medico alla vecchia maniera è comunque più facile e crea meno problemi. Tanto che l’università si sta attrezzando per insegnare ai futuri medici come essere empatici anche quando non lo sono di carattere. “Da qualche anno ormai è obbligatorio partecipare al corso di psicologia medica, che nel vecchio ordinamento di studi era una materia facoltativa. Si impara così come capire la tipologia di paziente che si ha davanti e qual è il modo più corretto per condurre un colloquio. Si utilizzano anche tecniche di simulazione, come brevi rappresentazioni teatrali in cui gli stessi studenti interpretano, a turno, il ruolo del malato o del curante”.

Non solo: l’empatia è una materia che richiede aggiornamento costante, e infatti la cattedra di Psicologia medica di Moja ha svolto diverse ricerche su medici già esperti, filmando i loro colloqui con i pazienti e sottoponendo poi le riprese al giudizio degli studenti e di altri medici. “Gli errori che si fanno possono essere molti: dal linguaggio utilizzato, al gesto inappropriato, fino allo sguardo, che alcuni curanti tengono troppo fisso sulla cartella clinica o sul computer, mentre il paziente va guardato in faccia, altrimenti è impossibile intessere una relazione. Un approccio diverso a quello del medico di un tempo è oggi quanto mai necessario” conclude Moja “anzitutto perché le nuove tecnologie diagnostiche tendono a spersonalizzare il rapporto umano, e quindi c’è bisogno di maggiore relazione per contrastare questo fenomeno. Poi perché nel mondo, a differenza del passato, stanno sempre di più aumentando le patologie croniche, nei confronti delle quali il rapporto con il medico è fondamentale. Infine oggi i pazienti sono sempre più autonomi, vanno in Internet, leggono libri di medicina, riviste, e non accettano più il vecchio medico paternalista che lavora in silenzio”. Più empatia, quindi, fa bene ai pazienti, ma giova anche alla medicina.

È in arrivo il galateo dei medici: Micheal Kahn, psichiatra di Boston, ha lanciato dalle pagine dell’importante rivista medica New England Journal of Medicine la proposta di integrare la formazione post universitaria dei medici con un corso di buone maniere. “Soltanto così” spiega “si riusciranno a evitare quelle lamentele che spesso i pazienti si scambiano tra loro e raccontano ai famigliari”. Del tipo: “Non mi ha nemmeno guardato, si è limitato a guardare lo schermo del computer” oppure “non sorride mai e non mi ha detto nemmeno il suo nome”. Secondo lo psichiatra statunitense basterebbe cominciare da alcune semplici norme di comportamento per arrivare a elaborare un vero e proprio galateo dei camici bianchi. Per esempio, alla prima visita di un paziente ricoverato in ospedale bisognerebbe:
1) chiedere il permesso prima di entrare nella stanza e attendere la risposta;
2) presentarsi mostrando anche il cartellino di riconoscimento;
3) stringere la mano al paziente;
4) sedersi e magari sorridere se la situazione lo consente;
5) spiegare brevemente qual è il ruolo all’interno dell’équipe e nei confronti del paziente;
6) chiedere al paziente come sta vivendo la sua degenza in ospedale
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Massimo Barberi (airc.it)

(Altre informazioni sull’empatia)

Come avere successo grazie a 7 virtù

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1. Parlare bene degli altri
Quando esprimiamo dei pareri sugli altri, quelle critiche, o lodi che siano, si ripercuotono indirettamente su noi stessi.
Keith Rollag, professore di management presso il Babson College (Wellesley, Massachusetts, USA) e autore di vari libri dedicati all’argomento, sostiene che “quando una persona parla degli altri, induce chi l’ascolta ad attribuirle inconsciamente le caratteristiche descritte”.
In pratica: se dite, ad esempio, che il capo è un essere gentile e premuroso, gli altri ricorderanno quelle virtù, associandole alla vostra persona. Quindi: attenzione a dire che il capo è un idiota rompiscatole!
2. Saper ascoltare
L’attenzione è il ‘filo elettrico’ che collega le persone fra loro. Questo è quanto sostiene la scrittrice ed esperta di Comunicazione Lou Solomon, che a questo proposito afferma: “Non è ‘attraente’ essere distratti mentre gli altri parlano, mentre tengono una conferenza o conversano. Va bene controllare il cellulare, ma bisognerebbe limitarsi a farlo quando si è da soli, nella sala d’attesa di uno specialista o nel vagone della metropolitana. E cercare invece di essere presenti quando siamo circondati da altre persone”.
3. Essere autentici
Le persone gradevoli sono quelle che restano sempre se stesse, sia in pubblico che in privato. E’ quanto afferma l’americana Karen Friedman, scrittrice e coach in Scienze della Comunicazione: “sono accomodanti, senza voler apparire ciò che non sono. Sono disponibili e sincere, anche nel momento in cui hanno da dire qualcosa di impopolare”.
4. Dare la priorità ai rapporti umani
Le persone che danno più valore ai rapporti umani che al potere sono percepite dagli altri come affidabili e gradevoli, al contrario delle persone interessate principalmente al proprio status, dice la succitata Solomon. E aggiunge: “Non ci vuole molto a creare un contatto diretto: tutti amiamo quel momento in cui il capo ci guarda dritto negli occhi, anziché darci un’occhiata distratta. È sempre meglio non chiudersi nella propria ‘scaletta’ mentale, perdendo il contatto col prossimo”.
5. Stimolare le confidenze altrui
Il proprio grado di ‘gradevolezza’ può essere misurato anche dall’abilità nell’indurre gli altri a raccontare e raccontarsi. Lou Solomon sostiene che, per far ciò, occorre essere disinteressatamente curiosi, fare domande, ascoltare ed esprimere positività.
Non essere minimamente interessati a ciò che sono o fanno gli altri, genera un problema a livello di capacità comunicativa e di conversazione.
Le ricerche condotte da studiosi del MIT (il Massachusetts Institute of Technology, una delle più importanti università di ricerca del mondo) confermano che le persone sinceramente interessate a quello che gli altri esprimono, hanno automaticamente maggior carisma, più successo negli affari e nello svolgimento dei colloqui.
6. Condividere le ‘luci della ribalta’
Come scrive anche Karen Friedman, le persone piacevoli sono quelle che colgono ogni occasione per condividere i propri successi con gli altri. Se ricevono una lode, o un premio, si guardano attorno per ringraziare quelli che hanno contribuito al raggiungimento del risultato
7. Non temere di mostrarsi vulnerabili
Il proprio vissuto è anche un terreno su cui costruire i rapporti umani con gli altri. Lou Solomon racconta che le è capitato di lavorare insieme a un imprenditore che aveva perso una gamba durante un combattimento militare. Egli parlava solo della propria esperienza professionale, tenendo nascosto il proprio handicap e occultando l’arto artificiale sotto lunghi pantaloni. Temeva infatti che gli altri pensassero che strumentalizzasse un fatto doloroso. Ma alla fine scoprì che condividere questo aspetto importante della sua vita aumentava vertiginosamente le possibilità di interagire con gli altri a livello umano.

Gabriella Coppini (wellnessworld.it)

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