Empatici: idee per migliorare l'empatia

"È di fondamentale importanza promuovere nella società la crescita del livello di empatia, affinché nessuno rimanga indifferente alle invocazioni di aiuto del prossimo" (Papa Francesco, 29 aprile 2016).

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Empatia: Adeguarsi agli altri

Posted on Aprile 4, 2016 by admin
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Empatia-anciana
Tutti noi abbiamo avuto la prova che, assai spesso, per capire bene ciò che succede attorno a noi, non è sufficiente avere soltanto alcuni dati oggettivi. Per esempio, se qualcuno interpreta un pezzo musicale per i suoi amici, si aspetterà di vedere che loro stanno trascorrendo momenti piacevoli nell’ascoltare la melodia che appassiona lui. Se, invece, gli amici si limitano a dire che l’esecuzione è stata corretta, ma non mostrano particolare entusiasmo, allora sicuramente l’esecutore sarà preso dallo scoraggiamento, a parte la sensazione che in realtà non ha il talento che credeva di avere.

Quanti problemi si eviterebbero se cercassimo di capire meglio ciò che succede nell’intimo degli altri, le loro aspettative e i loro ideali. «Più che nel “dare”, la carità consiste nel “comprendere”». Per praticare la carità bisogna cominciare a riconoscere nell’altro una persona degna di considerazione e conoscerla bene. Oggi si parla di empatia in riferimento alla qualità che rende più facile mettersi al posto degli altri, farsi carico della loro situazione e comprendere i loro sentimenti. Insieme con la carità, questo atteggiamento, lo scrive san Pietro, contribuisce a stimolare la comunione, l’unione dei cuori: «Siate tutti concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri».

Imparare da Cristo

Fin dall’inizio i discepoli notarono la sensibilità del Signore: la sua capacità di immedesimarsi negli altri, la sua delicata comprensione per ciò che succede all’interno di un cuore umano, la sua finezza nel percepire il dolore altrui. Appena arrivato a Naim, senza che ci fosse bisogno di parole, condivide il dramma della povera vedova che ha perduto il suo unico figlio; dopo aver ascoltato la supplica di Giairo e il pianto delle prefiche, sa consolare l’uno e ridare la serenità agli altri; sa bene quali sono le necessità di quanti lo seguono e si preoccupa perché non hanno nulla da mangiare; si unisce al pianto di Marta e di Maria davanti alla tomba di Lazzaro e s’indigna davanti alla durezza di cuore dei suoi quando chiedono che dal cielo scenda un fuoco che bruci il villaggio dei samaritani che non li hanno accolti.

Anche con la sua vita Gesù ci insegna a vedere gli altri in modo diverso, condividendo i loro affetti, unendosi a loro negli entusiasmi e nelle delusioni. Impariamo da Lui a interessarci dello stato interiore di coloro che stanno attorno a noi, e con l’aiuto della grazia supereremo un po’ per volta i difetti che lo impediscono, come la distrazione, l’impulsività o l’indifferenza. Non ci sono scuse per desistere da questo impegno. «Non crediamo che serva a qualcosa la nostra apparente virtù di santi, se non va unita alle comuni virtù di cristiani. Sarebbe come adornare di splendidi gioielli la biancheria intima». La vicinanza con il cuore di Gesù ci aiuterà a modellare il nostro, in modo da riempirci dei sentimenti di Cristo.

Carità, affabilità ed empatia

«La carità di Cristo non è soltanto un buon sentimento verso il prossimo, non si limita al piacere della filantropia. La carità infusa da Dio nell’anima trasforma dal di dentro l’intelligenza e la volontà, dà consistenza soprannaturale all’amicizia e alla gioia di compiere il bene». È bello scoprire che gli apostoli, al calore della loro amicizia con il Signore, vanno mitigando i propri temperamenti, molto diversi tra loro e che talvolta li hanno indotti a mostrarsi poco comprensivi verso altre persone. Giovanni, tanto veemente che con il fratello Giacomo meritò il soprannome di “figlio del tuono”, più tardi si mostrerà pieno di mansuetudine e insisterà sulla necessità di aprirsi al prossimo, di darsi agli altri come aveva fatto Cristo stesso: «Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli». Anche san Pietro, che prima si era mostrato inflessibile nei confronti degli avversari di Gesù, si rivolge al popolo nel Tempio cercando la loro conversione, ma con parole prive di ogni traccia di amarezza: «Fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, così come i vostri capi. […] Pentitevi, dunque, e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore».

Un altro esempio ce lo offre san Paolo, che dopo essere stato per i cristiani un terribile flagello, cambia vita e mette a servizio del Vangelo il suo temperamento: una mente chiara e un carattere forte. Ad Atene, anche se il suo spirito freme d’indignazione per i tanti idoli presenti, cerca di accattivarsi gli abitanti. Quando nell’Areopago ha la possibilità di rivolgersi a loro, invece di rinfacciare loro i costumi depravati e il paganesimo, si appella alla loro fame di Dio: «Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dei. Passando, infatti, e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio». In questo atteggiamento che sa comprendere e motivare si scoprono le doti straordinarie di un’intelligenza che padroneggia e modera le proprie emozioni. Si rivela anche la genialità di una persona che fa propria la situazione degli altri: sceglie un aspetto della loro sensibilità, per quanto piccolo possa sembrare, per sintonizzarsi con gli ascoltatori, cogliere i loro interessi e portarli verso la piena verità.

Le vie per amare la verità

Quando cerchiamo di aiutare gli altri, la carità e la mansuetudine ci guideranno verso le ragioni del cuore, che di solito aprono le porte dell’anima più facilmente di un’argomentazione fredda o distante. L’amore di Dio ci stimolerà a conservare uno stile affabile, che dimostri quanto sia attraente la vita cristiana: «La vera virtù non è triste e antipatica, bensì amabilmente allegra». Sapremo scoprire il lato positivo di ogni persona, perché amare la verità aiuta a riconoscere le orme di Dio nei cuori, per quanto sbiadite possano essere.

La carità fa sì che, nel rapporto con gli amici, i colleghi di lavoro, i parenti, il cristiano si mostri comprensivo con coloro che appaiono disorientati, a volte perché non hanno avuto l’opportunità di ricevere una buona formazione nella fede o perché non hanno visto un esempio incarnato dell’autentico messaggio del Vangelo. In tal modo si mantiene una disposizione empatica anche quando gli altri sono in errore: «Io non comprendo la violenza: non mi pare il mezzo idoneo né per convincere né per vincere; l’errore si supera con la preghiera, con la grazia di Dio, con lo studio; mai con la forza, sempre con la carità». Dobbiamo dire la verità con ininterrotta pazienza – «veritatem facientes in caritate» -, sapendo stare accanto a chi forse è confuso, ma che in poco tempo sarà disponibile all’azione della grazia. Come raccomanda Papa Francesco, spesso questo atteggiamento consiste nel «rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare, o rinunciare alle urgenze per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada. A volte è come il padre del figlio prodigo, che rimane con le porte aperte perché quando ritornerà possa entrare senza difficoltà».

Apostolato e comunione di sentimenti

Alcuni potrebbero tentare di ridurre l’empatia a una semplice strategia, come se fosse una tecnica per proporre al consumatore un prodotto in modo tale da dargli la sensazione che sia proprio quello che stava cercando. Anche se ciò può essere utile in campo commerciale, le relazioni interpersonali seguono un’altra logica. L’autentica empatia richiede la sincerità ed è incompatibile con una condotta precostituita, che nasconde il proprio interesse.

La sincerità è di estrema importanza quando cerchiamo di far conoscere il Signore alle persone con le quali viviamo. Se facciamo nostri i sentimenti di coloro che Dio ci ha messo accanto mentre siamo in cammino, dobbiamo avere la finezza e la carità di rallegrarci con ciascuno di loro, ma anche di soffrire con ciascuno. «Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema?». Quanta sincera tenerezza si scopre in questa affettuosa confidenza di san Paolo ai cristiani di Corinto! È più facile che la verità si faccia strada attraverso questo modo di condividere i sentimenti, perché si stabilisce una corrente di affetti – di affabilità – che dà più efficacia alla comunicazione. L’anima diventa così più ricettiva a ciò che ascolta, specialmente se si tratta di un commento costruttivo che la incoraggia a fare passi avanti nella vita spirituale.

«La prima cosa, nella comunicazione con l’altro, è la capacità del cuore che rende possibile la prossimità, senza la quale non esiste un vero incontro spirituale. L’ascolto ci aiuta a individuare il gesto e la parola opportuna che ci smuove dalla tranquilla condizione di spettatori». Quando l’ascolto è attento, ci facciamo coinvolgere dalla realtà degli altri. Cerchiamo di aiutare l’altro a scoprire quale passo il Signore gli chiede di fare in quel momento specifico. È nel momento in cui l’interlocutore si rende conto che la sua situazione, le sue opinioni e i suoi sentimenti vengono rispettati – e fatti propri da chi ascolta – che egli apre gli occhi dell’anima e contempla lo splendore della verità, l’amabilità della virtù.

L’indifferenza nei confronti degli altri, invece, è una grave malattia per l’anima apostolica. Non si può prendere le distanze da chi sta con noi: «Queste persone, alle quali risulti antipatico, smetteranno di pensare così quando si renderanno conto che le ami “sul serio”. Dipende da te». La parola comprensiva, le attenzioni nel servizio, la conversazione amabile, rispecchiano un interesse sincero per il bene delle persone con le quali viviamo. Sapremo farci amare, se apriamo le porte di un’amicizia che condivide la meraviglia del rapporto con il Signore.

Incoraggiare a proseguire il cammino

Papa Francesco afferma che «un valido accompagnatore non accondiscende ai fatalismi o alla pusillanimità. Invita sempre a volersi curare, a rialzarsi, ad abbracciare la croce, a lasciare tutto, ad uscire sempre di nuovo per annunciare il Vangelo». Se ci facciamo carico delle debolezze altrui, sapremo anche incoraggiare a non cedere al conformismo, ad ampliare gli orizzonti affinché continuino ad aspirare alla meta della santità.

Comportandoci in questo modo, seguiremo l’esempio di profonda comprensione e amabile esigenza che ci ha lasciato nostro Signore. Quando, nel pomeriggio del giorno della Risurrezione, cammina accanto ai discepoli di Emmaus, fa loro questa domanda: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?» ; poi lascia che si sfoghino, manifestando la delusione che opprimeva i loro cuori e la difficoltà di credere che Gesù fosse davvero ritornato alla vita, come testimoniavano le sante donne. Soltanto allora il Signore prende la parola e spiega loro che «bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria».

Come sarà stata la conversazione di Gesù, in che modo avrà saputo rispondere alle preoccupazioni dei discepoli di Emmaus, che alla fine gli dicono: «Resta con noi»! E questo, malgrado all’inizio li debba rimproverare per l’incapacità di comprendere ciò che avevano annunciato i Profeti. Forse sarà stato il tono della voce o lo sguardo affettuoso, a far sì che costoro si sentissero accolti ma, nello stesso tempo, invitati a correggersi. Con la grazia del Signore, anche il nostro modo di stare con gli altri rifletterà l’apprezzamento per ogni persona, la conoscenza del loro mondo interiore, che stimola ad andare avanti nella vita cristiana.

Javier Laínez, testo originale: http://opusdei.it/it-it/article/empatia-adeguarsi-agli-altri/

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3 consigli per gestire il conflitto di coppia

Posted on Marzo 26, 2016 by admin
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Sei una persona che è solita andare dritta al punto e non importa se questo aprirà un conflitto con il tuo partner? Oppure eviti appositamente degli argomenti proprio perché questi porterebbero a delle accese discussioni fra di voi? Valutando queste due strategie, si può dire che si tratta di due eccessi, di due reazioni estreme. Come sempre, invece, l’atteggiamento più equilibrato sta proprio nel mezzo. Ma vediamo meglio.

Oltre il conflitto. La giusta via di mezzo

L’approccio migliore sarebbe quello di scegliere le battaglie che valgono veramente la pena di essere combattute.
Naturalmente, adottare questo tipo di atteggiamento non è sempre cosa facile, soprattutto perché non è così chiaro discernere le questioni che davvero valgono la pena di essere discusse da quelle che invece sono irrilevanti.
Tuttavia, se si prendono in considerazione i prossimi tre passi, è possibile guardare ai conflitti secondo una diversa prospettiva.

1. Calma le tue emozioni

Il sentirsi insicuri è una delle sensazioni più dannose all’interno di un rapporto di coppia. Dà vita a comunicazioni cariche di emotività che spesso complicano e appesantiscono la situazione. Per cui, quando ci si sente incerti, la strategia migliore è quella di astenersi dal portare una questione complicata. Perché? Semplicemente perché quando ci sentiamo insicuri, ci predisponiamo mentalmente in una posizione difensiva contro una possibile minaccia proveniente da un “nemico immaginario”. Questo non è certamente un buon atteggiamento per affrontare un conflitto, soprattutto in un relazione affettiva.
E poi, quando non proviamo insicurezza, magari sentiamo invece rabbia, frustrazione o paura. In linea generale nessuna di queste emozioni è una buona consigliera nel momento in cui affrontiamo un conflitto. Per cui la miglior strada da perseguire in questi casi, prima di affrontare il partner, è quella di imparare a calmarsi. Quando le emozioni prendono il sopravvento, vediamo il mondo attraverso di esse. È come se avessimo un filtro colorato che tinge il mondo di quella tonalità e ci impedisce di comportarci in maniera obiettiva, razionale e flessibile. Pertanto, la prima regola per affrontare un conflitto è assicurarsi che le nostre emozioni non stiano condizionando la nostra mente e che siamo ben disposti ad accogliere le argomentazioni dell’altra persona.

2. Concentrati sugli aspetti positivi del tuo partner

Spesso, quando soffriamo, ci concentriamo solo sugli aspetti negativi dell’altra persona. Tuttavia, se si vuole veramente che la discussione abbia un buon fine, è meglio concentrarsi sulle ragioni per cui lo amiamo. Si tratta di un semplice cambiamento di prospettiva, ma che fa una grande differenza: questo atteggiamento permette di non affrontare il conflitto con un tono minaccioso e accusatorio, ma con una energia più tranquilla e propositiva, unita all’intenzione di risolvere il problema. Quando riconosciamo gli aspetti positivi degli altri, otteniamo l’abbassamento delle loro difese e di conseguenza un atteggiamento più aperto al dialogo.

3. Non farti condizionare dalle tue aspettative

Tutti noi, in maniera consapevole o no, nutriamo delle aspettative verso le persone con cui ci relazioniamo e non fanno certamente eccezione le relazioni di coppia. Anzi, in un rapporto di coppia, sono soprattutto le aspettative che nutriamo nell’altro a trasformarsi in veri e propri ostacoli che intralciano la relazione, specialmente le aspettative non verbalizzate, quelle appunto non dette. Pensate a quante volte avreste voluto che l’altra persona si fosse comportata in un determinato modo piuttosto che in un altro, per esempio: che vi avesse regalato un sorriso invece che un maglione costoso che non vi corrisponde affatto o che avesse avuto in quel preciso momento delle attenzioni che invece non ha avuto. Quando le aspettative vengono deluse possono nascere sentimenti di rabbia, frustrazione e delusione. In queste situazioni basta un attimo, una parola fuori posto che si accende la miccia che da il via ad un conflitto.
Prima di aprire al conflitto, in questi casi è utile tornare al punto 1 di cui sopra, e fare una breve analisi su che tipo di ruolo stanno giocando le nostre aspettative in quel momento. Qual’è il mio livello di responsabilità in tutto ciò? Perché penso che l’altro debba intuire o essere a conoscenza di ciò che mi aspetto da lui senza averglielo mai comunicato prima? Quello che sto per dire suonerà un po’ forte, ma in questi casi è utile, prima di accusare l’altro, guardare dentro noi stessi per scoprire che siamo probabilmente parte del problema.
È utile tenere a mente che i conflitti non si risolvono in una notte e di solito ci vuole una buona dose di impegno e attenzione da parte di entrambi. Imparando a conoscersi e lavorando sulle proprie aspettative si riesce un po’ alla volta ad assumere un atteggiamento più realistico e collaborativo circa la risoluzione dei conflitti, il che facilita e migliora certamente il clima del rapporto di coppia.

(quipsicologia.it)

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10 idee valide per la tua famiglia

Posted on Febbraio 9, 2016 by admin
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familia
1. Disponibilità
Consiste nel dedicare tempo (proprio quello di cui meno disponiamo) ai nostri figli e al nostro coniuge. A un’adolescente, per esempio, non puoi dire: “Di questo, cara, riparleremo sabato, con tranquillità”; e poi sabato tua figlia – 13 anni – prende accordi con un’amica e insieme vanno a fare quello che hanno in mente, perché tu, suo padre, chissà dove sei andato a finire per motivi di lavoro. Bisogna essere disponibili, perché vi sono dei problemi che si risolvono solo nel momento in cui il figlio, prendendo il coraggio a quattro mani, ti chiede di essere ascoltato. Ricordiamo che in realtà i nostri genitori, morendo, ci hanno lasciato soltanto il tempo che ci hanno dedicato. Dedichiamo tempo agli altri.

2. La comunicazione genitori figli: i genitori parlino meno e ascoltino di più
In molte famiglie, quando un padre o una madre dice : “Figlio mio, dobbiamo parlare”, il ragazzo pensa: “Ahi, ahi, burrasca in vista”. Perché? Perché sa che quando i genitori dicono: “Dobbiamo parlare” vogliono dire: “Ti voglio mollare un discorso su un tuo comportamento che non mi è piaciuto”. Come cambierebbero le cose se i genitori facessero un proposito: dedicare il 75% del tempo ad ascoltare e solo il 25% a parlare. Ascoltare i figli – o il coniuge, o chiunque altro – è uno sforzo attivo. Occorre ripiegare il giornale, ridurre il volume della TV, girare la testa verso chi ti sta parlando, guardarlo negli occhi e assumere un’espressione di attenzione. Questo s’intende per ascolto attivo, quello che serve a migliorare l’autostima della tua famiglia.

3. La coerenza dei genitori e l’autoesigenza dei figli
Si è coerenti quando quello che si pensa, si sente, si dice e si fa è una sola e medesima co-sa. Non ha senso dire ai bambini stando in poltrona: “Eh, voi, aiutate la mamma a sparecchiare”. Bisogna dare l’esempio, prima di tutto. Tu, padre, devi sparecchiare per 5 giorni, in modo che ti vedano. Il quinto giorno potrai dire a tuo figlio: “Vieni, sparecchiamo insieme”. E due giorni dopo: “Sono orgoglioso di te; ora che hai imparato, puoi sparecchiare da solo”. E lui si sentirà orgoglioso di sparecchiare. Così imparano ad autoesigersi, che è molto meglio che tenerli sotto vigilanza per 24 ore al giorno. Un genitore del genere è potenziatore, motivatore, animatore e protettore allo stesso tempo. Spesso noi chiediamo ai bambini di studiare; ma loro ci vedono studiare, leggere riviste specializzate del nostro settore di lavoro, aggiornarci nella nostra specializzazione? Dobbiamo poter dire: “Guardate, figli: anche noi studiamo”.

4. Avere iniziative, preoccupazioni e buon umore, soprattutto verso il coniuge
Questi tre fattori sono utili per l’autostima familiare. In ogni famiglia, di solito, il buon umore non scarseggia; però la routine è il grande nemico delle relazioni coniugali e di quelle con i figli. Il punto chiave è che nella vita di coppia vi sia creatività e iniziativa, e questo contaggerà tutta la famiglia. Le migliori ore devono essere quelle che si condividono col coniuge. Essere papà o mamma non deve farci dimenticare che siamo “tu e io, affetto, noi”. Creatività e iniziativa proteggono la coppia dalla routine. Quando c’è routine, è facile che uno dei due cerchi la “magia da rimpiangere” fuori casa, in altre relazioni. Invece, se la coppia va bene, i figli faranno tesoro della loro “educazione sentimentale” semplicemente vedendo come si trattano papà e mamma, vedendo che si ammirano, si carezzano, si lodano: che sono complici. “Quando sarò grande tratterò mia moglie come papà tratta mamma”, pensano i bambini, entusiasti. E questo accresce la loro autostima.

5. Accettare i nostri limiti e quelli dei nostri familiari
Devi riconoscere e accettare i tuoi limiti, quelli del tuo coniuge e quelli dei tuoi figli. Però è importantissimo non criticare l’altro davanti a tutti, non criticare il coniuge davanti ai bambini o un bambino davanti ai fratelli, paragonando un fratello “buono” con uno “cattivo”. Questo fa soffrire il figlio e gli toglie autostima. E’ meglio prenderlo da parte e parlargli.

6. Riconoscere e riconfermare quanto vale l’altra persona
Siamo sinceri: non ha senso chiamare “campione” il nostro bambino che non ha mai vinto niente. Se ha perduto una partita di calcio, non chiamarlo campione. Deve imparare a tollerare la frustrazione; ma deve essere sostenuto, questo sì. Dobbiamo sapere anche – grandi e piccoli – che siamo buoni in una cosa e una frana in altre. “Figlio mio, mi sembra che vai bene in A e in B, ma credo che C non sia cosa tua”. Riconfermiamo l’altro in ciò che vale; così si considererà quel che è: una persona che vale.

7. Stimolare l’autonomia personale
Si va diventando buoni man mano che si fanno cose buone. E’ importante che i figli lo capiscano. Quello che si fa è importante: fare cose buone ci fa diventare buoni. Questa idea ci aiuta ad avere un’autonomia personale, a fare le cose per noi stessi, per migliorare noi stessi.

8. Elaborare un progetto personale
Non andrai molto lontano se non sai dove vuoi andare. Non puoi startene tranquillo, perché rischi di restare indietro. Per crescere devi avere un progetto personale e devi preoccuparti dei tuoi, aiutandoli ad esaminare e potenziare i loro progetti.

9. Avere un alto livello di aspirazioni, purché siano realiste
Dobbiamo giostrare tra il possibile e il desiderabile. Se aspiriamo a cose alte, daremo di noi stessi un’ottima valutazione e avremo autostima. Ma, è fattibile? Dobbiamo coniugare un alto livello di aspirazioni con la realtà delle nostre capacità e delle nostre risorse.

10. Scegliamo buoni amici e buone amiche
L’individualismo è il cancro del XXI secolo. Noi e i nostri figli siamo legati a macchine gratificanti: DVD, TV, Internet… Il lavoro solitario va minando la vera amicizia. Gli amici impegnano molto e all’individualista di oggi gli impegni non piacciono!
Eppure abbiamo bisogno più che mai di amici umani, di persone, di grandi e buoni amici, con i quali condividere molte ore, conversazioni sincere e a tu per tu, amicizie vere, che ti sostengano e ti conoscano sino in fondo, che ti accettino con i tuoi difetti e potenzino quello che di meglio è in te. Scegliere amici di questo tipo, per te e per i tuoi, è il miglior investimento.

Aquilino Polaino

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Due parole che possono salvare il vostro matrimonio

Posted on Gennaio 5, 2016 by admin
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L’orgoglio incontrollato può distruggere un matrimonio più velocemente di qualsiasi altra cosa. È una malattia che rovina i legami di amore sacrificale e generoso su cui si dovrebbe fondare ogni matrimonio.

Ma non preoccupatevi: il Grande Medico ha una prescrizione per la malattia mortale dell’orgoglio, nella fattispecie le due paroline potenti ma dolorose alle quali mi sono riferito nel titolo di questo articolo. Quali sono? “Mi dispiace”.

È davvero tanto semplice. Sei stato uno stupido? Hai mandato tutto a rotoli? Chiedi scusa, con convinzione!

A dire la verità, poche cose sono tanto difficili da fare per noi uomini. Chiedere scusa fa male – ridimensiona quell’ego di cui parlavo. Ci fa sentire piccoli. È un bel po’ umiliante, ma bisogna superare le resistenze. Se non imparate ad ammettere i vostri errori e a scusarvene, il vostro matrimonio ne soffrirà. Il risentimento si farà strada, monterà la rabbia e le ferite si allargheranno. Prima che ve ne rendiate conto, i più piccoli disaccordi diventeranno cibo per lotte all’ultimo sangue.

Non importa quanto possiamo progredire in santità, non possiamo mai aspettarci di non peccare. Feriremo le nostre mogli con le nostre parole e le nostre azioni. Ci arrabbieremo e diremo cose di cui ci pentiremo. Ci comporteremo da stupidi. È inevitabile. La domanda è un’altra: quando accade, cosa possiamo fare?

Ho imparato presto nel mio matrimonio il potere di chiedere scusa. Ho perso il conto delle volte in cui sono stato egoista e insensibile nei confronti di mia moglie, ma non appena mi rendo conto di aver commesso un peccato nei suoi confronti mi sforzo di scusarmi e di risistemare le cose il prima possibile. La cosa bella è che mia moglie si affretta sempre a perdonarmi, e spesso si scusa per i suoi peccati se è lei ad essere in torto. Fa male scusarsi? Sì, ogni volta, ma ha mantenuto il nostro matrimonio sano e felice.

I rapporti sani da questa parte del cielo non riguardano il fatto di non peccare mai. Riguardano piuttosto il fatto di imparare a pentirsi e di perdonare settanta volte sette. Siamo in una scuola d’amore, e il nostro Signore vuole insegnarci ad amare come fa lui, sulla via della croce. Uomini, se volete un matrimonio felice imparate a chiedere scusa di cuore. Fatelo tutte le volte che ce n’è bisogno (saranno migliaia). Vi stupirete dei risultati.

Sam Guzman (it.aleteia.org)

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